Vincent Van Gogh: la miseria non avrà mai fine

vincent van gogh

Il 29 gennaio al Teatro Circus di Pescara, Alessandro Preziosi porta in scena l’enigmatico e tormentato personaggio di Van Gogh. Ripercorriamo la vita di questo pittore geniale e incompreso che solo dopo la morte riuscì a incantare il mondo con i suoi quadri.

“Un artista è sempre un fallito” – affermò il grande scrittore americano William Faulkner poco prima di morire. Senza discutere sulla veridicità di questa affermazione, bisogna ammettere che il pittore olandese Vincent Willem Van Gogh appare come l’esempio più suggestivo di tale pensiero. Infatti la sua vita non fu che una continua e clamorosa successione di fallimenti che lo “bruciarono” anzitempo, nel corpo e nello spirito. Il suo genio fu riconosciuto solo dopo la tragica morte, avvenuta nel 1890, quando aveva 37 anni.

Notte stellata sul Rodano (1888)

Notte stellata sul Rodano (1888)

L’INFANZIA SOLITARIA

Van Gogh nacque il 30 marzo 1853 a Groot-Zundert, un villaggio al confine tra Olanda e Belgio. La sua venuta al mondo avvenne esattamente lo stesso giorno, un anno dopo la morte del primogenito Van Gogh, non sopravvissuto al travaglio. Il padre, Theodorus, ancora afflitto per la perdita del primo figlio, ripose molte speranze nel secondogenito, speranze che in parte andarono deluse.

Il bambino crebbe scontroso, solitario e lunatico, pieno di tenerezze improvvise quanto di ribellioni violente. La madre, donna di natura dolce e affettuosa, nutriva per questo figlio una sorta di avversione innata, non riusciva a perdonargli di aver preso il posto del primogenito, rimproverandolo aspramente per la più piccola marachella. Il rapporto con la donna fu per Vincent una vera spina nel cuore e tese sulla sua infanzia un velo nero che psicologicamente lo segnò per tutta la vita.

Il figlio “sbagliato”, iniziò a reagire chiudendosi in solitudine. Solo il fratellino Théo, nato 4 anni dopo, era ammesso nel suo universo.

Con l’adolescenza, la situazione del ragazzo in casa divenne insostenibile, tanto da spingere il padre a mandarlo a lavorare, a 16 anni, nella galleria d’arte parigina Goupil, presso la succursale di Bruxelles dove fu impiegato come mercante d’arte. Le opere lo attrassero immediatamente, ma i rapporti con i clienti erano così mal gestiti da Van Gogh che fu trasferito in un’altra succursale, a Londra. Questa volta riuscì ad arginare la sua vena polemica con gli avventori, anche perché era più interessato a frequentare i quartieri popolari della capitale, attratto da quel tipo di vita.

LA PRIMA DELUSIONE D’AMORE

A Londra si innamorò perdutamente di Ursula Loyer, figlia della sua affittuaria. Vincent le riservò una corte asfissiante, giurandole che si sarebbe ucciso se lei non lo avesse corrisposto. L’unica cosa che ottenne fu di spaventarla al punto da distruggere quel poco di simpatia che era riuscito a suscitare in lei. Per Vincent fu una delusione tremenda, da quello che era un piccolo dramma giovanile ne fece una tragedia enorme. I Goupil, che pure si erano dimostrati comprensivi con quel giovane e sconcertante impiegato, lo licenziarono dopo aver pazientato per ben 7 anni.

Il licenziamento, a differenza della delusione amorosa, non toccò più di tanto il suo cuore, che nel frattempo si era infiammato per una nuova passione, la Bibbia. La leggeva quotidianamente, convinto di essere chiamato ad una missione impossibile agli altri esseri umani. Infine anche il padre gli diede il suo consenso per sostenere gli esami di ammissione al seminario di teologia di Amsterdam.

I mangiatori di patate (1885 ) - il primo capolavoro

I mangiatori di patate (1885 ) – il primo capolavoro

L’INFERNO DEI MINATORI

Pieno di fervore mistico e con l’intento di prendersi una rivincita sulla sua famiglia, iniziò a studiare senza tregua, come un forsennato . Il 22 luglio 1878 arrivò alla prova completamente esausto tanto da fallire clamorosamente l’esame di ammissione. Non rinunciò, tuttavia, all’intenzione di diventare pastore e cominciò a frequentare la scuola evangelica di Bruxelles. Alla fine del corso durato tre mesi, ottenne di partire come predicatore volontario per il Borinage, una poverissima regione di minatori.

Qui venne a trovarsi faccia a faccia con la miseria più squallida e assoluta. Il fatto di essere sempre vissuto in ambienti piuttosto agiati gli parve una colpa da espiare, per questo si privò di tutte le comodità, rinunciò perfino a indossare i suoi abiti puliti e al cibo quotidiano. L’unico vizio che si concedeva era un po’ di tabacco. Seguirono mesi terrificanti, la sua salute già cagionevole era profondamente minata dal digiuno. Cominciò a soffrire d’insonnia e allucinazioni. Fu il padre Theodorus a riportarlo a casa, curandolo e strappandolo letteralmente alla morte.

I COLORI DELLA MISERIA

Dopo la terribile esperienza del Borinage, si innamorò di una cugina vedova, madre di un bambino. Di nuovo le sue avances furono respinte. Di qui, il ripetersi del dramma della ragazza di Londra. Esasperati dai suoi comportamenti, i familiari decisero di affidarlo ad un cugino pittore che viveva a l’Aja. Vincent non impiegò molto a disprezzarlo, considerandolo un volgare imbrattatele. Abbandonata la casa del cugino, si rifugiò tra le braccia di Christine, una donna di facili costumi, madre di una bimba e in attesa di un secondo figlio.

Dopo 20 mesi di relazione, l’intervento del fratello Théo lo convinse a troncare con Christine e a dedicarsi alla pittura in maniera più seria. Per la prima volta Van Gogh affrontò la tela come un vero pittore, cimentandosi con i dipinti a olio e per la prima e unica volta nella sua vita ricevette una commissione: 12 disegni a penna. Il giovane pittore li realizzò usando il colore grigio nelle sue varianti. Erano i colori della “miseria”, i colori della polvere e del carbone del Borinage.

Autoritratto (1887-88)

Autoritratto (1887-88)

VINCENT, L’OLANDESE

Per un breve periodo di tempo le tribolazioni del giovane pittore sembrarono conoscere una pausa. Margot, una ragazza dolce sensibile si innamorò di lui, portando un po’ di tenerezza nella vita burrascosa dell’artista. Ma anche questi momenti di tranquillità finirono bruscamente con la ferrea opposizione dei parenti di lei (che lo consideravano una nullità) e con il tentato suicidio di Margot che lo amava disperatamente.

Così, sul finire dell’inverno del 1886, Van Gogh decise di raggiungere l’amato fratello Théo a Parigi. Nel quartiere degli artisti, a Montmartre, arrivò con i vestiti a brandelli e le scarpe rotte, ma con una luce straordinaria negli occhi, tanto da impressionare gli altri artisti del luogo che lo presero in simpatia chiamandolo “Vincent l’olandese”.

Stanco dei colori spenti della miseria, iniziò a ricercare il fulgore del sole. Oltre 200 dipinti, tra i quali molti capolavori, furono il risultato del periodo parigino. Le sue tele, tuttavia, continuavano a rimanere invendute e Vincent era costretto a vivere della carità del fratello minore.

Quando non era assalito dalla febbre della creazione che gli faceva dimenticare le sue pene, Vincent era preso da gravi crisi di sconforto, durante le quali insultava e minacciava il fratello per poi chiedergli perdono. Queste scene pietose finirono per avvelenare i rapporti tra i due che pure si amavano.

Terrazza del caffè

Terrazza del caffè

Parigi era ormai un mercato finito e mai cominciato per le sue opere, seguendo il consiglio di un altro pittore Toulouse-Lautrec, Van Gogh decise di traferirsi ad Arles, nel sud della Francia, alla ricerca di nuovi stimoli e acquirenti. Fu proprio qui che scoprì, nel giallo avvampante dei girasoli, quel paesaggio interiore che aveva ricercato da sempre.

La sua salute appariva però irrimediabilmente minata dalla follia. Ad Arles gli scatti improvvisi d’ira e le crisi non smettevano di tormentarlo. Durante un’accesa discussione con Paul Gauguin, che lì lo aveva raggiunto, rischiò seriamente di ucciderlo, mancando di poco il colpo con un coltello. Poi, pentito, rivolse l’arma contro di sé, tranciandosi di netto un orecchio.

Fu denunciato dai vicini di casa e l’intervento del fratello lo convinse a farsi ricoverare nel manicomio di Saint-Rémy. Durante gli accessi di follia invocava l’aiuto degli infermieri affinché gli impedissero di farsi del male. Nei momenti di tregua, invece, continuava a dipingere con la furia di chi sapeva di avere i giorni contati.

I CORVI NEL PETTO

Campo di grano con volo di corvi (1890) - un presagio della sua morte?

Campo di grano con volo di corvi (1890) – un presagio della sua morte?

Dopo un lungo periodo di degenza, ottenne il permesso di raggiungere Théo a Parigi, il quale, nel frattempo, era diventato padre di un bambino. Commosso dalla conoscenza del nipote, gli portò in regalo nientemeno che un nido di rondini. Théo decise allora di toglierlo dal manicomio e di assegnarlo in custodia ad un suo amico medico, il dottor Gachet, pittore lui stesso, che generosamente lo accolse nella sua casa a Auvers-sur-Oise. Fu proprio in questa città che si concluse tragicamente la vita di Vincent Van Gogh.

Camera ad Arles (1888)

Camera ad Arles (1888)

Un pomeriggio, rimasto solo in casa, ammirando lo splendore delle messi dorate, notò delle schiere di corvi che svolazzavano su di esse. Deciso a scacciare gli uccelli che guastavano l’armonia del paesaggio, prese una pistola, avviandosi tra le messi. Nessuno pensò di fermarlo. Stava per mirare al cielo quando qualcosa dentro di lui lo bloccò: i corvi neri, erano ora dentro di sé, al centro del suo petto. In un attimo puntò la canna al cuore e sparò.

Quando Théo lo raggiunse da Parigi era ormai agonizzante nel suo letto. Secondo il medico la ferita in sé non era tanto grave da ucciderlo, ma la volontà dell’artista era quella di morire.

Le ultime parole rivolte al fratello furono queste: “La miseria non finirà mai”.

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