Il Sant’Antonio a Caprara

Mentre si festeggia Sant'AntonioUn momento ei festeggiamenti per Sant'Antonio

Anche Caprara d’Abruzzo celebra il suo Sant’Antonio, giunto alla terza edizione. La Pro Loco locale, in collaborazione con la parrocchia e con il patrocinio del Comune di Spoltore, organizza lo spettacolo che coinvolgerà tutto il borgo, a partire dalla casa di riposo di Villa Acerbo.

L’appuntamento è domenica 21 gennaio: dopo la messa delle 11 e la benedizione degli animali alle 12.00, nella piazza della chiesa, alle 15.00 la Casa di Riposo ospita una prima rievocazione delle tentazioni di Sant’Antonio Abate. Alle 15.30 la rappresentazione diventa itinerante, lungo le vie del paese, fino alle 17.00, quando è previsto un secondo momento per la benedizione degli animali, sempre in piazza.

Alle 17.15 lo “Sbanno”, la vendita all’asta di prodotti offerti dai cittadini per raccogliere fondi in favore della parrocchia di Ss. Cosma e Damiano. Alle 18 la rappresentazione scenica in piazza delle tentazioni malefiche e dispettose subite dal Santo ad opera del Diavolo: alle 19.00, per concludere insieme in allegria la manifestazione, saranno offerte polenta con salsicce e vino rosso. Nel pomeriggio si potranno degustare gratuitamente anche dolci tipici e vin brulè. La rievocazione è stata messa in scena da una compagnia amatoriale creata per l’occasione, con attori e musicisti tutti di Caprara: in caso di maltempo l’appuntamento sarà rimandato a domenica 28 gennaio 2018.

Il rito ‘de lu Sant’Antonjie’ ha le sue radici nella tradizione celtica e romana: a fine gennaio si tenevano dei riti propiziatori per festeggiare la primavera e la fine del freddo invernale. A Roma si offriva a Terra e Cerere (la prima raccoglie i semi, l’altra li fa germogliare) una minestra (di farro, latte e mosto cotto) e si sacrificava una scrofa gravida durante le Ferie Sementine.

Tra i celti, erano consacrati al giovane dio Lug cinghiali e maiali. Quando le reliquie del Santo Abate vennero trasferite in Gallia, i primi cristiani celti trasferirono al Santo (eremita di Colztum, vicino al Mar Rosso, vissuto tra il 251 e il 356 d.C.) le risorse del dio pagano: nell’iconografia, il cinghiale divenne un maialino e il bastone a forma di T la stampella che sorresse il santo negli ultimi anni della sua lunga vita.

Allo stesso modo il Santo guadagnò le capacità miracolose e nacquero le cerimonie per benedire gli animali domestici e la raccolta scaramantica di ceneri e tizzoni tratti dai falò incendiati in onore di Sant’Antonio. Era stato infatti il Santo a rubare il fuoco a Lucifero per donarlo all’umanità, assistito dal suo suino compagno: l’Ordine degli Ospedalieri di Sant’Antonio, invece, utilizzava la sugna per produrre pomate in grado di curare l’Herpes Zoster (più noto come “fuoco di Sant’Antonio”).

In Abruzzo il culto viene introdotto dai Celestini: il poema in volgare “La leggenda de lo beatissimo egregio Missere li barone Santo Antonio” ebbe larga diffusione e diventò la base di partenza delle varie reinterpretazioni ancora oggi rappresentate in tante località abruzzesi.

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