Bombardamenti di Pescara: una storia da riscoprire

Una delle zone colpite dai bombardamentiUna delle zone colpite dai bombardamenti

La storia dei bombardamenti di Pescara è una storia che rappresenta ancora una ferita aperta anche dopo 74 anni, ma forse più nel cuore dei pescaresi che in quello delle autorità e del ricordo collettivo.

Una storia di cui la città non ama parlare. Una storia le cui tracce vengono spesso ben occultate dalla modernità di Pescara, la “città che non ha rughe” come la definì il grande scrittore e giornalista Giorgio Manganelli negli anni ’80, la città che, forse troppo spesso, quelle rughe le ha nascoste.

Una storia, dunque, che merita di essere raccontata.

Era una splendida giornata di sole, il 31 agosto del 1943, su Pescara, e la nostra era una città giovane, l’unificazione col comune di Castellammare risaliva a poco più di dieci anni prima. Una città giovane, che si manteneva, per quanto possibile, dinamica e spensierata nel clima cupo della Seconda Guerra Mondiale, che mal sopportava i pochi disagi che fino ad allora ne erano derivati, facendo finta che l’oscuramento notturno e le sirene che ogni tanto, perlopiù in modo ingiustificato, suonavano turbando ora la pennichella della controra, ora il passeggio serale tra i caffè, ora i corpi stesi al sole come lucertole sotto la canicola d’agosto fossero il solo tributo da pagare.

Pescara era solo sfiorata dall’immane tragedia della guerra, sbiadito era il ricordo del bombardamento austriaco del 1917 e i suoi tre morti, eppure nella nostra regione si giocavano partite importanti nell’economia del conflitto, e i tanti cimiteri alleati che ancora oggi punteggiano le nostre località, uniti alle vicende della Brigata Maiella, stanno lì a fare da testimonianza.

Nessuno poteva sapere che lo snodo ferroviario e la stazione di Pescara erano diventati un obiettivo sensibile per le forze alleate già dall’aprile precedente quando, durante gli accordi di Casablanca presieduti da Churchill e Roosevelt in persona, l’idea di bombardamenti sulla nostra città era già ben presente.

Possiamo solo immaginare il fastidio con cui i giovani attardatisi in spiaggia per l’ultimo bagno prima del pranzo, o le famiglie riunite già a tavola, accolsero l’ennesimo suono delle sirene; ma stavolta c’era qualcosa in più. Un cupo brontolio accompagnava l’urlo acuto degli allarmi, come di un tuono in lontananza. Ma i temporali non arrivano in una giornata di sole come quella, lo sapevano anche i bambini.

I B-24 Liberator

I B-24 Liberator

Il rumore cupo che la città udì alle 13 e 25 di quel 31 agosto era quello dei bombardieri Liberator B-24, le fortezze volanti americane. Partiti da Bengasi in Libia, scalo abbastanza vicino per garantire l’autonomia dei serbatoi, erano il 98° e il 376° stormo del Bomber Group, con un carico di oltre 500 bombe per 850 quintali di esplosivo. L’obiettivo erano le infrastrutture, i pochi aerei, uomini e mezzi nemici, ma soprattutto la ferrovia e la stazione pescaresi.

Quante volte abbiamo sentito degli errori delle sofisticatissime bombe intelligenti americane negli ultimi anni? Be’, allora le bombe erano ancora meno intelligenti e così, quella che Radio Londra descriverà come un’operazione di largo successo, non fu altro che un massacro di civili inermi, colti all’ora di pranzo, o in spiaggia, o di ritorno dal lavoro, con le difese, insomma, totalmente abbassate. La stazione, per la cronaca, fu appena scalfita su qualche scambio. Le bombe andarono fuori bersaglio così tanto da colpire le lontane Villa Basile e Villa De Landerset, poste sui colli della città. Furono colpite la Questura, la Posta, il Tito Acerbo che allora ospitava la scuola aeronautica (50 allievi piloti che rientravano furono colpiti e fatti a pezzi in mezzo alla strada), ma soprattutto le abitazioni civili. Ascoltare le testimonianze di chi c’era è come assistere a un film che conosciamo tristemente, quello della Siria di questi giorni, o di Baghdad qualche anno fa e, proprio dove siete in questo momento che leggete sui vostri pc e smartphone, probabilmente quel giorno c’erano macerie e nubi di polvere che salivano a coprire il sole.

Così si presentava via Italica. Foto Bosco/Marchesani

Così si presentava via Italica. Foto Bosco/Marchesani

La città reagì, comprensibilmente, col panico e lo choc. I soccorsi come li concepiamo oggi erano ben lontani anche solo come idea, la Protezione Civile era totalmente disorganizzata e la Croce Rossa poteva contare solo su due ambulanze. Le palazzine crollate non si contavano e i superstiti continuarono a scavare per giorni, a mani nude, tra le macerie. Il disastro era tale che ancora anni dopo spuntavano cadaveri da macerie e fondamenta di vecchi stabili. Le colonne di sfollati si dirigevano verso l’entroterra e il 3 settembre la città fu completamente evacuata per permettere le operazioni di ripristino delle linee di gas, luce e telefoni. Ci fu la disinfezione e la maggior parte dei resti umani furono bruciati per evitare il propagarsi di malattie. I bilanci, anche a causa della frettolosa fuga delle autorità, non furono mai chiari, ma i morti furono stimati tra 600 e 3000.

Dei 54.000 abitanti, ben ventimila sfollarono e tornarono solo dopo l’armistizio dell’otto settembre.

E proprio l’armistizio fu alla base della nuova grande tragedia che attendeva il popolo già sfibrato della giovane Pescara.

Il 14 settembre Pescara si leccava ancora le ferite, ma si cercava di tornare alla normalità, forti della certezza che l’armistizio avrebbe portato la sospirata pace. Quel giorno si era diffusa una voce, che alla stazione fosse fermo un treno merci carico di derrate, sale, zucchero, farina, caffè e ogni sorta di ben di Dio. Il popolo era talmente sfibrato e affamato che la voce corse di bocca in bocca velocemente; non solo dalla città, ma dalle vicine Francavilla, Montesilvano, Spoltore, accorrevano frotte di disperati intenzionati a non lasciarsi sfuggire quel tozzo di pane. Che differenza con le corse agli acquisti cui siamo abituati oggi, specie in questo periodo.

Fu proprio in quei concitati momenti che si udì di nuovo il rumore del tuono a ciel sereno. Erano di nuovo le fortezze volanti. Ma stavolta non solcavano i cieli che furono di D’Annunzio per portare la morte, non stavolta, c’era stato l’armistizio e gli alleati ora erano nostri alleati! Ci fu chi corse fuori a sventolare fazzoletti bianchi, sperando di essere visti da lassù, dai piloti dei B-24; ma da lassù si vedeva ben poco, forse solo una versione ante litteram delle schermate di Google Earth.

Fatto sta che il Bomber Group non era tornato per salutare i nuovi amici, ma, su ordine del Generale Montgomery, per fare un nuovo massacro. L’obiettivo era ancora la stazione, la stessa dove i disperati si litigavano sacchi di sale e caffè. E il massacro fu di nuovo terribile, lasciando una città talmente in ginocchio che i successivi bombardamenti, quelli del 17, 18 e 20, fecero poche vittime tanto l’urbe era svuotato.

Non mancò un’ultima incursione nel mese di dicembre, con i bombardieri che effettuarono un’operazione di ripiego dal Veneto, dove avevano trovato il cielo oscurato dalle nubi e decisero di sganciare il carico di bombe, con cui era assai sconsigliabile far ritorno alle basi, su Pescara.

La città uscì dai bombardamenti americani come spesso le città escono dai bombardamenti americani: distrutta. I morti furono stimati in un numero tra 2000 e 9000, gli edifici rasi al suolo in una percentuale del 78%; ecco perché della Pescara storica rimane ben poco, ma quel poco va comunque tutelato e apprezzato, e dei bombardamenti solo un muro divelto assurto a monumento dalle parti della vecchia stazione. Un processo di rimozione non solo delle macerie, ma anche della memoria storica, assolutamente comprensibile, ma che forse andrebbe rivalutato a distanza di settant’anni.

E non era finita. Già, perché in una guerra orrore e colpe stanno sempre da tutte le parti, e così gli occupanti tedeschi pensarono bene di distruggere quello che rimaneva, prima di darsi definitivamente alla fuga lasciandosi dietro i danni che la guerra da loro scelleratamente scatenata aveva provocato.

Pescara fu saccheggiata, il Ponte Littorio, costruito appena dieci anni prima, fatto brillare e la torre del Comune abbattuta.

Pescara era divelta ma, come tutti sappiamo, ebbe la forza di rinascere come città moderna e dinamica, fin troppo poco attenta al suo passato.

Forse Manganelli sbagliava, Pescara non è una città senza rughe. Forse Pescara somiglia più a quelle persone che nascondono le rughe e i segni della vita sotto un pesante trucco e sorridono.

Per andare avanti.

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