Alessia Iuliano: la poesia è la mia vita

Alessia IulianoAlessia Iuliano

Il grande Giuseppe Ungaretti diceva a proposito della poesia che questa, per toccare le corde più nascoste e sensibili del lettore, deve contenere in sé un segreto, citando i versi oscuri di Mallarmè. Ma, ricorrendo a esempi più fruibili dell’ermetismo, potremmo citare anche i testi di Bob Dylan, peraltro recentemente insignito del Nobel per la letteratura, che spesso procedono per immagini, quasi stessimo assistendo a un film. Bene, queste sono le sensazioni che ho provato trovandomi tra le mani il debutto di Alessia Iuliano, “Non negare nessuno”, giovanissima poetessa nata a Termoli ma da qualche tempo adottata dalla nostra Pescara, dove studia musicoterapia presso il Conservatorio, oltre a essere iscritta alla facoltà di lettere di Chieti; è lei la protagonista dell’intervista di questa settimana.

Alessia, come ti sei scoperta poetessa?

(Ride) Si tratta di una storia molto curiosa! Sono stata da sempre attratta dall’arte in tutte le sue forme, ho studiato per anni chitarra e canto, teatro e sono appassionata di disegno e pittura; la poesia, invece, non mi interessava più di tanto. Un giorno, al penultimo anno di liceo, la professoressa ci stava facendo ascoltare Dante spiegato da un cd audio, una roba noiosissima, secondo me, tanto che iniziai a volare con la fantasia e, all’improvviso, di getto, scrissi per la prima volta una poesia su un foglio che avevo davanti. L’insegnante notò la mia distrazione e lo sequestrò.

Dimenticai l’episodio fino a qualche mese dopo, quando arrivò una chiamata da scuola: avevo ricevuto una menzione al premio “Versi in movimento”, cui ero stata iscritta, a mia insaputa, proprio dalla professoressa, che era rimasta colpita dai miei versi.

Davvero una bella storia, si può quasi dire che sia stata la poesia a scegliere te! Poi come sei andata avanti?

All’università continuavo ad annoiarmi, lì ho scoperto che non è l’università a fare i poeti. Poi ho iniziato a leggere riviste di poesia on line e a scoprire poeti contemporanei; da lì è cambiato tutto.

Tra i poeti attuali chi apprezzi?

Amo molto Davide Rondoni e Milo De Angelis, ma anche due emergenti come Melania Panico e Valentino Fossati, due stili completamente diversi e due amici con i quali ho anche collaborato spesso. Tra i classici hanno avuto grande influenza su di me Ungaretti e Luzi.

Ho letto che ti dedichi anche alla traduzione di poeti argentini.

Sì, in questo mi aiuta il fatto di avere una nonna argentina. Mi sono dedicata a tradurre alcune opere di Jacobo Fijman, un poeta praticamente inedito in Italia, dalla vita travagliata e oscura.

E’ stato difficile?

Molto! All’inizio non riuscivo a capire cosa volessero dire i suoi versi, poi, studiando la sua vita e alcuni testi sacri che citava spesso, poco a poco mi sono immedesimata nella sua storia e sono riuscita, spero, a dare una degna traduzione delle sue parole e, soprattutto, dei suoi intenti.

Parliamo di “Non negare nessuno”. Com’è nato?

Anche qui la storia è particolare. C’è questo concorso, “Le stanze del tempo”, ideato dalla Fondazione Claudio Claudi, e io partecipai con la mia raccolta alla quarta edizione, vincendo. Il premio consisteva appunto nella pubblicazione e così, ecco “Non negare nessuno”.

Come nasce una tua poesia?

Ah, le mie poesie nascono nei momenti più inaspettati. Quella che dà il titolo alla raccolta nacque mentre, una sera, aspettavo l’autobus; un’altra la scrissi osservando una bellissima ragazza seduta in un bar, assorta. Una è dedicata alla morte di David Bowie, l’idolo giovanile di mia mamma. Quindi nascono così, dalla mia capacità di osservare e dal mio troppo pensare.

Cosa intendi con “Non negare nessuno”?

Ero a questa fermata del bus, e riflettevo su come fossi impaziente nell’attesa. Ma, prima di me, altri avevano atteso e altri hanno cercato di dare un senso a quello che accade, cercando di capire. “Non negare nessuno” nasce da queste riflessioni.

Nelle tue liriche aleggia una malinconia senza tempo, quasi una nostalgia di cose non vissute. Da dove vengono in una ragazza così giovane queste istanze?

Ho sempre amato “filosofare”, i miei sostengono che lo facessi già a tre anni! Ho avuto periodi difficili durante l’adolescenza, cambiavo scuola continuamente, ero sempre insoddisfatta. Tutto viene dal mio cercare, spesso senza riuscire, di capire la vita, le persone. La poesia mi ha un po’ salvata, ho trovato un senso nell’idea che siamo al mondo per dare, o meglio, per rendere qualcosa alla vita stessa. Nell’imparare ad amare, e io questo senso l’ho trovato nella poesia.

Tra l’altro penso vivessi male anche il fatto che mi ribellavo all’idea di vivere d’arte; vengo da una famiglia umile, i miei magari vedono in me una speranza di riscatto, di una vita lontana dalla precarietà del mondo artistico. In questo la pubblicazione del libro mi ha aiutato, è stata un po’ la dimostrazione che posso essere apprezzata per quello che scrivo. In un certo senso ho dovuto arrendermi a me stessa, e alla poesia.

Alessia, come vedi i tempi in cui viviamo, l’ansia di essere sempre connessi e, di contro, la sempre maggior difficoltà nei rapporti umani?

Vedo attorno a me tanta paura e solitudine. Un egoismo che ci fa diffidare degli altri, che ci fa vedere l’incontro non come possibilità di crescita, ma come timore che qualcosa ci venga sottratto. Le persone tendono ad avere paura del tempo, a cercare di riempirlo con quello che capita, mettendo spesso da parte l’essenziale.

Le mie poesie, a prima vista cupe e malinconiche, vogliono anche essere un invito all’ottimismo e alla speranza, in questo senso.

Stai già lavorando su qualcosa di nuovo? Dove va la poesia di Alessia Iuliano?

Mi piacerebbe asciugare ancora di più i miei versi. Vorrei passare da una poesia ancora in larga parte descrittiva, a una che procede più per immagini. Quasi come se una poesia potesse, coi suoi versi, fotografare l’immagine dell’assenza, di quello che ci manca.

 

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