La recensione: Enrico Bevilacqua – Brooklyn

Enrico BevilacquaEnrico Bevilacqua

di ANDREA LA ROVERE

La recensione di oggi ci porta in territori musicali lontani, quelli della black music, del jazz e del groove, pur restando ben ancorati al nostro territorio. “Brooklyn” è infatti il primo lavoro solista di Enrico Bevilacqua, bassista dotato del groove tipico della musica nera americana, ma nativo della vicina Atessa, provincia di Chieti.

Bevilacqua ha 31 anni, ma è già sulla breccia da più di un decennio, e vanta collaborazioni importanti, sia in ambito jazz e funk, pensiamo a Patches Stewart, Keith Anderson, Poogie Bell, sia in contesti più pop e commerciali, citiamo solo Giò Di Tonno, cui lo lega anche una profonda amicizia.

Con tali referenze Bevilacqua, dopo anni di collaborazioni live e come turnista, esce col suo primo lavoro per la Music Force, e gli appassionati del genere non resteranno certo delusi.

Bevilacqua e i colleghi che lo supportano nel disco, tra i quali il già citato Patches Stewart, trombettista di fama mondiale, ma anche le brave vocalist Natascia Bonacci e MS AJ, sono musicisti di razza, abituati a maneggiare con disinvoltura i propri strumenti, e si sente. Il lavoro è infatti registrato in modo perfetto, a volte fin troppo viene da pensare, forse qualche imperfezione non sarebbe stonata visto che parliamo di un genere che vive d’improvvisazione, ogni intervento è perfettamente misurato e il basso di Bevilacqua fa il suo bel lavoro per stare dietro alle divagazioni soprattutto della sezione fiati, sempre in bella evidenza.

Il disco è equamente diviso tra cover e pezzi originali, tre infatti sono i pezzi autoctoni, scritti dallo stesso Bevilacqua coi suoi collaboratori, e tre le rivisitazioni di classici del jazz.

Le cover sono “Can’t Hide Love”, classico funk del misconosciuto Skip Scarborough, “Caravan” di Juan Tizol, mitico trombettista della Duke Ellington Band e “Beauty And The Best”, composta nientemeno che da Wayne Shorter, e crediamo di fare un bel complimento alla band quando diciamo che i tre pezzi da loro composti non sfigurano, per atmosfere e esecuzione, a fianco di questi grandi classici.

Certo il genere scelto da Bevilacqua, o forse è il genere stesso ad aver scelto lui, visto che, come ricorda egli stesso “col groove si nasce”, una sorta di commistione tra funk, acid jazz e jazz più classico, non è quanto di meglio per ambire alla scalata delle classifiche, ma resta comunque un piacere per le orecchie ascoltare la qualità di questo gruppo di musicisti con la “M” maiuscola.

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