La recensione: Terzacorsia – Sogno o realtà

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di ANDREA LA ROVERE

I Terzacorsia sono una band abruzzese sulla breccia ormai dal 2006 e si ripresentano con un EP intitolato Sogno o realtà, a distanza di sei anni dal loro primo lavoro sulla lunga distanza, quel 20 12 che li ha fatti conoscere con discreto successo, e dopo Dorian, rock opera concepita assieme al coreografo Americo Di Francesco.

Il gruppo, composto da Gianluca Di Febo alla voce e al piano, Giuseppe Cantoli alle chitarre, Nicola Di Noia al basso e Alessio Palizzi alla batteria, si è fatto le ossa in anni di live, non solo col proprio repertorio, ma anche come cover band dei Pink Floyd, cosa questa che depone sicuramente a favore delle loro innegabili qualità tecniche.

Ma andiamo ad analizzare più in dettaglio l’EP, che esce per Music Force, loro storica etichetta; il fatto di uscire dopo sei anni con un disco di quattro pezzi, di cui la traccia d’apertura, Tempesta, già fu singolo di Dorian e con una cover di Battisti, Amarsi un po’, nella track list, non fa certo pensare a un periodo di straordinaria ispirazione, anche se lascia aperta la speranza che qualcosa di ben più corposo sia all’orizzonte.

Innanzitutto, per chi si aspettasse atmosfere alla Pink Floyd, spazziamo subito via qualsiasi equivoco: i Terzacorsia sono una band con una personalità ben precisa che non vive nel cono d’ombra di un passato così tanto ingombrante. E questo può essere considerato un po’ il pregio e il difetto della band, infatti va bene avere una propria personalità, ma è pur vero che con simili capacità tecniche si rischia di risultare sacrificati nel suonare un pop rock all’italiana che troppe volte sembra inseguire, con alterni risultati, il pezzo di successo radiofonico. È il caso dell’iniziale Tempesta, sospesa tra Subsonica meno elettronici, suggestioni alla Lucio Battisti e band più commerciali stile Negramaro, ottimamente suonata e con liriche non banali (e con un curioso innesto di Balla balla ballerino di Dalla nel mezzo), ma alla quale sembra forse mancare il colpo del KO; leggermente peggio va con Sudore, scelto come singolo dell’EP, dove sembra ancora più forte la ricerca di un consenso del pubblico più vasto, con un risultato che cerca l’ispirazione dalle parti di Negramaro e Tiromancino, ma rischia, nel ritornello, di scivolare più dalle parti dei Modà, con tutto quello che ciò comporta.

Meglio va con la title track, un pezzo che parte come una delicata ballad, questa sì con qualche eco dei Pink Floyd nell’uso di chitarre liquide al punto giusto, per poi crescere dando la possibilità a tutti i musicisti di esprimersi al meglio. La cover di Amarsi un po’, e dispiace forse dirlo, è l’episodio più riuscito del lavoro; la ritmica incalza col celebre riff creato dal grande musicista di Busto Arsizio, in un crescendo che non manca di regalare brividi, mentre Di Febo, titolare di una vocalità non troppo originale ma di grande sostanza, sembra qui particolarmente a suo agio.

In definitiva, un lavoro di transizione, come lo sono spesso gli EP, da cui traspare una certa indecisione tra l’inseguire la hit radiofonica e il cimentarsi con qualcosa di più corposo e ispirato, ma che lascia buone speranze in vista di qualcosa di più sostanzioso, considerate le qualità musicali dei quattro, queste sì indiscutibili.

 

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