Il caso Luigi Tenco, la petizione di un’associazione pescarese

Luigi TencoLuigi Tenco

di MARINA MORETTI

L’importante è crederci, dopo tutto è una fede che non fa male a nessuno. Quanti nel mondo sono an­cora certi che Elvis sia vivo e vegeto? Abbastanza. E quanti sono convinti che Michael Jackson sia stato ucciso? Persino di più. Per non parlare di quelli che lo credono ancora vivo.

Ognuno è libero di elaborare il lutto a modo proprio e forse queste persone hanno trovato il sistema per accettare la morte, chi immaginandoli ancora vi­vi, chi pensando che solo un omicidio avrebbe potuto lasciarli orfani dei loro miti. Diavolo, i miti non se ne vanno così, i miti non deludono, non ti lasciano solo, non ti tradiscono; per questo “saperli” rifugiati nell’anonimato o vittime di cause di forza maggiore fa meno male. Per alcune persone la perdita del proprio mito è troppo dolorosa da metabolizzare sic et simpliciter, mentre può diventare più tollerabile se ci si co­struisce una storia attorno, che sia verità, leggenda o com­plotto. E poi chi lo sa se Elvis è vivo o se Michael è stato ucciso, stabilirlo non è compito di chi li ha amati e ancora li ama. Qualcosa di analogo accade anche in Italia a proposito della morte di Luigi Tenco. A sostenere la tesi dell’omicidio è l’associa­zio­­ne Luigi Tenco 60’s–La verde isola che ha sede a Pescara e che ha ingaggiato una battaglia per la ve­rità condivisa da decine di migliaia di italiani. Il presidente dell’associazione, Giuseppe Bità, è perentorio: “Non fu suicidio, bensì omicidio politico”. Il cantautore venne trovato senza vita nella stanza 219 dell’hotel Savoy di Sanremo, qualche ora dopo la sua esibizione sul palcoscenico del Festival. Era il 27 gennaio del 1967, avrebbe compiuto 29 anni un paio di mesi dopo. Si parlò subito di suicidio, Tenco si sarebbe sparato un colpo in testa perché deluso dal pubblico e dal consenso ottenuto dal suo brano: Ciao amore ciao, cantata in coppia con Dali­da. Accanto al corpo venne trovato un biglietto la cui grafia, dopo diverse perizie, venne attribuita allo stesso cantautore.

“Io ho voluto bene al pubblico italiano – si leggeva nel bi­glietto – e gli ho dedicato in­utilmente 5 anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e a una com­missione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”. Quella mattina Luigi Ten­co si era alzato molto presto, pare anche che avesse confidato ad alcuni amici il timore che la sua canzone non venisse ap­prezzata dal pubblico. L’an­sia divenne visibile già durante le prove; anche nell’esibizione dal vivo la voce sembrò incerta e turbata. La giuria popolare liquidò il brano con appena 38 voti (su 900). Tenco avrebbe voluto convocare una conferenza stampa il giorno successivo, ma al 27 gennaio non ci arrivò vivo. Per gli inquirenti si trattò di suicidio, tuttavia i dubbi sulla sua morte resistono ancora oggi, anche per l’ effettiva sussistenza di alcuni fattori che alimentano – a torto o a ragione – l’ipotesi dell’omicidio. Nel 2006, dopo tante pressioni esercitate da una parte della stampa e dal fratello Valentino, scomparso poco prima, la procura generale di Sanremo dispone la riesumazione del­la salma per effettuare nuovi esami che però confermano la tesi del suicidio. Caso chiuso? Non per l’associazione La verde isola, che conta quasi 100.000 sostenitori convinti che almeno cinque elementi provino che di delitto si è trattato. Nella speranza di riaprire di nuovo il caso, gli associati hanno anche promosso una petizione su Facebook, supportata dalle cosiddette cinque “prove”.

Tra queste spicca l’assenza di alcune delle particelle utili – sono tre Antimonio, Bario e Piombo – ad identificare la polvere da sparo: il fatto proverebbe che la mano di Tenco non abbia mai premuto il grilletto. Da rivalutare anche le ferite e gli ematomi, la loro presenza sia dietro la testa che sul viso non appare fa­cilmente spiegabile né compatibile con la caduta. Poi la sabbia sui vestiti e sui capelli, che farebbe supporre che il delitto sia stato commesso altrove, anche perché nessuno dal­le stanze attigue sentì lo sparo. Certo le indagini furono piuttosto approssimative, addirittura il corpo di Tenco, portato all’obitorio, poco dopo venne ricondotto di nuovo nella stanza 219 perché ci si era dimenticati dei necessari rilievi fotografici da inserire nel fascicolo per la Procura. Il foro di uscita della pallottola, non evidenziato nell’immediatezza della scoperta del cadavere, verrà refertato solo 39 anni dopo, nel 2006, in seguito a quell’unica e tardiva autopsia disposta dopo la riapertura delle indagini. Ma neppure questo basta: il caso viene di nuovo chiuso e archiviato come suicidio. Se ne riparla nel 2013, do­po la pubblicazione del li­bro-inchiesta Le ombre del silenzio. Suicidio o delitto? Controinchiesta sulla mor­te di Luigi Tenco, scritto da Nicola Guarnieri e Pasqu­ale Ragone. Tra le varie ipotesi in campo c’è anche quella che vede il cantante usato da persone connesse al mondo dello spettacolo e legate ad ambienti eversivi di destra, pronte a servirsi di ignari e insospettabili artisti per agevolare lo scambio di informazioni da un paese all’altro.

Lo stesso Giuseppe Bità è convinto che il movente dell’omicidio abbia matrice politica. “Tenco stava per ricoprire un ruolo importante all’interno di un partito che sarebbe presto di­ventato di maggioranza, il Psi. Il Partito socialista era al governo quando Luigi Tenco partì per l’Argentina nel dicembre 1965. Il suo viaggio incluse la visita ad alcune personalità politiche, in Italia è un segreto ma in Argentina no. Il cantautore era in malattia mi­litare, il passaporto era in mano all’esercito e lui non avrebbe potuto allontanarsi nemmeno con una di­spensa speciale. Eppure a Luigi venne concesso un permesso proprio dal Go­verno italiano, anche se questo fatto in Italia è tabù. Abbiamo ignorato per ben 42 anni il ruolo di Luigi Ten­co all’interno della no­stra politica italiana. Il suo nome era stato inserito persino in una lista nera degli allora servizi segreti (Sifar), etichettato come artista di sinistra”. Realtà? Fantasia? Forse la verità, ammesso che ce ne sia una ancora da scoprire, non si saprà mai. Tenco però possedeva quella virtù propria dei grandi: l’essere ricordato per la sua arte. Quella, almeno, non gliel’ha tolta nessuno.

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