Amarcord: quando la ruota girava a Piazza Salotto

Piazza SalottoPiazza Salotto

di MARINA MORETTI

Alzi la mano chi ne ha memoria: il ricordo della ruota panoramica è talmente evanescente che merita di essere afferrato e raccontato così come viene, in prima persona.

Forse questo articolo farà arricciare il naso ai puristi del giornalismo, allora diciamo che non è un articolo ma un amarcord, niente di più e niente di meno degli altri che leggerete in queste righe. La notizia non c’è, almeno non quella da far gridare allo scoop, ma in tempi di ruote che arrivano mi sono ricordata di una che ho amato molto. Non mi riferisco alle giostre che vengono e vanno per le feste patronali della città, ma alla ruota che, negli anni Sessanta, si montava in pieno centro, in quella che mi ostino – come tanti – a chiamare Piazza Salotto. A proposito, pare che il nome glielo abbia dato un giornalista una quarantina di anni fa e pare anche che continui ad essere preferito dai più al suggestivo, ma più severo, Piazza della Rinascita. Tornando alle ruote, c’è dunque un precedente vintage di quella che in questi giorni si sta innalzando nelle aree ex Cofa, recentemente presentata dall’assessore comunale Giacomo Cuzzi come una delle più grandi d’Italia.

Quella degli anni ‘60 ovviamente era più piccola, tuttavia per noi bambini dell’epoca era un gigante che ci lasciava a bocca aperta e col fiato sospeso (oppure con un malinconico naso all’insù, quando i genitori ci proibivano di salirci). Io la guardavo dal balcone della casa dei miei nonni, in quello che veniva pomposamente chiamato il “palazzo di vetro”, all’angolo tra corso Umberto e via Nicola Fabrizi. La casa c’è ancora, proprio di fronte all’ex (mitico) cinema San Marco, dove mio nonno portava me e mia sorella a vedere i film Disney o quelli con Louis de Funes, che chissà perché ci facevano tanto ridere. Sulla ruota ci andavano anche le coppiette o le amiche da sole acconciate secondo la moda del tempo: i capelli imprigionati in un alto tuppo sulla testa, la cosiddetta “cofana”. Io e mia sorella guardavamo le signorine girare sulla ruota, salivano proprio davanti a noi, all’altezza del balcone: le indicavamo con gesti ampi e concitati e le chiamavamo le tuppose sganasciandoci dalle risate; il che tra l’altro dimostra che il bimbo che ha coniato la parola petaloso non ha inventato proprio niente. La ruota era l’attrazione principale del Luna Park che d’estate occupava lo spazio della piazza oggi noto come lato elefante, più o meno dove qualche anno dopo sarebbero stati costruiti i palazzi Testa.

I miei ricordi annebbiati si fermano alla ruota, fotografie non ne ho trovate, ma chiedendo in giro per essere certa di non averla vagheggiata ho trovato delle conferme (poche); come quella preziosa di un collega storico, Pasquale Tritapepe, che abitava in Corso Umberto: “Tutto vero – dice – e non c’era solo la ruota, ma anche un piccolo ottovolante e altre giostre. Le montavano proprio vicino a dei mucchi di detriti rimasti lì dal dopoguerra. Io e i miei amici ci andavamo a giocare e chiamavamo il posto “Le Macerie”. Spesso c’era pure il teatro dei burattini del grande Ferraioli. Una volta il giostraio allestì uno spazio con dentro una grande balena imbalsamata che surclassò in stupore persino la ruota”. Anche la mia amica Paola, pescarese doc, ricorda il Luna Park: “Non c’erano solo le giostre – racconta – ma anche i baracchini per il tiro a segno con le palline, dove se colpivi un certo numero di bersagli vincevi i biscotti Doria”.

Intanto nei pressi si aggiravano quelli che il cinema chiamò “i vitelloni”, di loro ho ricordi sbiaditi, tranne uno: sarà perché lo vedo in giro ancora oggi, su e giù a ciondolare per il solito tratto di corso Umberto. Ha l’espressione smarrita e l’aria di chi si chiede che diavolo sia quel chiassoso bar in stile americano là in fondo e dove mai sia finito il “suo” Camplone. Forse per lui, la ruota, ha girato troppo in fretta.

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