Referendum trivelle, dagli arresti Eni al voto

Trivelle: abrogata norma Sblocca ItaliaTrivelle: abrogata norma Sblocca Italia

Se fosse vero che esiste una giustizia ad orologeria, stavolta la sveglia sarebbe caricata a petrolio. Denso, scuro e vischioso come l’affaire che si consuma tra Basilicata e Puglia e che, in qualche modo, ha sfiorato anche la nostra regione. Invece no, l’inchiesta della Procura di Potenza non è scattata per insufflare coraggio negli elettori propensi a disertare le urne. Referendum o non referendum, trivelle o non trivelle, l’idea che attorno all’estrazione di petrolio aleggino intrighi sospetti non è cosa dell’ultim’ora. Basta scorrere la cronistoria delle indagini per scoprire che di vecchia roba si tratta, con precedenti addirittura “antichi”. Il procedimento penale per fatti di corruzione sulle estrazioni petrolifere in Val d’Agri, nel quale è finita l’intercettazione telefonica che ha portato il ministro Federica Guidi alle dimissioni e il Governo a subire un certo imbarazzo, è iscritto già dal 2010 nel registro delle notizie di reato della Procura di Potenza. Tralasciando le preoccupazioni di carattere ambientale, appannaggio degli ambientalisti (che però spesso ci azzeccano: da Bussi a Taranto la storia è costellata di allarmi inascoltati), l’insediamento dell’Eni a Viggiano – dove è stato realizzato il Centro Oli che tratta il petrolio estratto in Val d’Agri – era già finito nel mirino della magistratura, anche se le inchieste precedenti si erano via via sgonfiate. “Il solito Woodcock!”, diceva qualcuno dileggiando l’operato del magistrato un po’ narciso e un po’ mastino, noto per vari vip-gate e vallettopoli. Il pm d’assalto Henry John Woodcock ronzava attorno all’insediamento petrolifero lucano fin dal 2002: l’inchiesta, scaturita dall’esposto di un cittadino, portò la Procura ad ipotizzare un giro di mazzette negli appalti per le sedi Inail e culminò in una retata “eccellente”.

Parallelamente, la Procura indagava anche su presunte tangenti attorno all’oleodotto di Viggiano, un turbinio che coinvolse funzionari dell’Eni e vari personaggi. Tutto scemò ma pochi anni dopo, nel 2004, L’Eni tornò nel mirino di Woodcock: vennero arrestati il comandante dei Vigili del fuoco di Potenza, due dirigenti e un dipendente dell’Eni e il direttore tecnico di una società collegata, accusati di concorso in corruzione aggravata e continuata. La Procura ipotizzava che il comandante avesse accettato favori e regali per velocizzare i controlli dei Vigili del fuoco sugli impianti Eni. Tra le persone finite ai domiciliari figurava anche la donna arrestata il 31 marzo di quest’anno in Abruzzo, nell’ambito del nuovo scandalo Eni: Roberta Angelini, che all’epoca era già dipendente dell’Ente nazionale idrocarburi. La Angelini, responsabile sicurezza e ambiente dell’Eni, stavolta è stata arrestata a Ortona, dove ha mantenuto la propria residenza (ma è domiciliata in Basilicata) da quando il padre era di stanza nel locale centro direzionale Eni. L’inchiesta attuale (cinque dipendenti Eni ai domiciliari e 37 indagati) non è coordinata da Woodcock, bensì dai pm Francesco Basentini e Laura Triassi, tuttavia sembra in qualche modo ricalcare quanto il magistrato affermava già all’epoca, ossia che in Val d’Agri favori e tangenti per estrarre il petrolio siano una regola, senza contare che oggi sotto i riflettori ci sono anche e soprattutto i sospetti di traffico e smaltimento illecito di rifiuti e addirittura di disastro ambientale.

Eni centro oli

Eni centro oli

Se tutto questo c’entri o meno con il referendum del 17 aprile è facoltà di ogni cittadino giudicarlo. Il referendum comunque c’è, e per votare occorre sapere bene di cosa si tratti. Il 17 aprile 2016 gli italiani sono chiamati alle urne per pronunciarsi su un quesito che riguarda le trivellazioni in mare, in particolare sulla durata dei permessi di prospezione ed estrazione petrolifera. Si vota solo domenica 17 aprile, dalle 7 alle 23, presso il seggio cui si è iscritti (è sulla tessera elettorale). Il referendum popolare, che in Italia è solo di tipo abrogativo, è lo strumento previsto dalla Costituzione per richiedere la cancellazione di tutta o di una parte di una legge dello Stato. Affinché sia valido occorre che vada a votare almeno il 50% + 1 degli aventi diritto, l’abrogazione viene approvata se la maggioranza vota “Sì”. Hanno diritto al voto tutti i cittadini italiani maggiorenni e gli italiani residenti all’estero. I fuori sede potranno votare nel proprio Comune di residenza o iscrivendosi come “rappresentanti di lista” nel Comune in cui studiano o lavorano. Si vota in tutta Italia, non solo nelle regioni che hanno promosso il referendum. Occorre presentarsi al seggio con documento di identità e tessera elettorale. Questo è il testo del quesito referendario: “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, Norme in materia ambientale, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016), limitatamente alle seguenti parole: per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?”. Votando “Sì” si otterrà la cancellazione della norma attuale, che consente alle società petrolifere di continuare le operazioni fino ad esaurimento del giacimento senza il vincolo del limite di tempo.

I promotori del referendum ritengono che se prevalesse il “Sì” le attività petrolifere andrebbero progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale”, non prorogabile, fissata al momento del rilascio delle concessioni, mentre ora la Legge di Stabilità 2016, pur vietando il rilascio di nuove autorizzazioni entro le 12 miglia, rende “sine die” le licenze già rilasciate. Tra i principali argomenti di chi voterà No, oppure non si recherà alle urne per abbassare il quorum, c’è quello del lavoro, al quale il Comitato abruzzese “Vota SÌ per fermare le trivelle” ribatte citando proprio la Basilicata, dove si estrae l’80% del petrolio nazionale e dove i residenti impiegati nel settore sarebbero appena 143. “Nonostante il greggio, il cosiddetto Texas italiano è ancora la regione più povera d’Italia”. Il Comitato aggiunge che nell’Adriatico abruzzese oggi ci sono 2 permessi di ricerca e 6 concessioni di coltivazione, tra cui Rospo Mare. La vittoria del Sì non impedirebbe a Rospo Mare di estrarre, ma potrebbe farlo solo fino a scadenza della concessione. Per i fautori del No invece sarebbe un peccato sbaraccare lasciando sul posto l’oro nero residuo.

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