Cinema: Il cuoco prima degli chef diventa un film. Pronta la sceneggiatura “L’ultimo cuoco antico”

Ciccillo e la sua brigata_fine anni Sessanta

Una storia tratta da fatti realmente accaduti, emblema di una generazione vissuta nell’ombra ma che ha contribuito a far rinascere l’Italia dalle macerie della Seconda guerra mondiale, diventa una sceneggiatura per il cinema dal titolo “L’ultimo cuoco antico”. E’ la vicenda di Ciccillo, prima garzone a Napoli e poi cuoco affermato, e di suo cugino Giuseppe emigrato in cerca di una vita migliore ma poi, scherzo del destino, arruolato nell’esercito degli Stati Uniti e costretto a combattere contro la sua Italia.

Il soggetto, promosso dalla Fondazione Falconio e scritto a quattro mani nel 2024 da Emiliano Falconio e Andrea Sanguigni, ha ottenuto il patrocinio della Federazione Italiana Cuochi. Il casting inizierà in autunno e le riprese, tra Abruzzo, Sicilia, Lazio, Campania e Stati Uniti, ad inizio 2026.

La storia di Ciccillo attraversa gli anni più bui del secolo con un’etica del lavoro paragonabile a quella del medico che cura il malato senza pregiudizio. Mentre l’Italia langue sotto le restrizioni alimentari e le tessere annonarie, riesce non solo a sfamare la propria famiglia, ma anche a conquistare le tavole dell’aristocrazia e della politica.

I suoi piatti diventano ponti di sopravvivenza e di dignità: ogni portata è uno sgambetto umile alla fame, ogni ricetta una piccola rivolta contro il collasso sociale.

Ciccillo e la sua brigata fine anni SessantaAccanto a lui, il cugino Giuseppe incarna un’altra epica nazionale. Emigrato, prima, negli Stati Uniti, come i tanti che disperano un avvenire in patria, viene sedotto dal romanticismo di una guerra per la democrazia, e si arruola tra le truppe alleate, ma ha nel cuore custodita ha una missione segreta: tornare in patria e salvare la famiglia, e quindi Ciccillo, dalla violenza dell’urto ingarbugliato che divampa.

Il suo viaggio è un romanzo di speranza infantile e tragedia matura. Proprio quando arriva alle soglie del paese natale, il compagno che lo segue, e ne riprende la storia con la macchina da presa volendone fare un film documentario, viene dilaniato da una mina.

La sua storia resterà sospesa per cinquant’anni, fino a quando, ormai ultra-novantenne, riuscirà a riabbracciare i frammenti di una famiglia che credeva persa per sempre.

“Non è solo la storia di due uomini – spiega il l’autore Emiliano Falconio – ma il racconto di un’Italia che rinasce dalle proprie ceneri. E’ la storia emblematica di tanti cuochi e lavoratori che hanno dato un contributo enorme all’Italia post-bellica ma che mai sono stati raccontati. Ciccillo da Villa Santa Maria, paesino d’Abruzzo conosciuto come la patria dei cuochi, diventa metafora di resilienza, di dignità, dove gli eroi non sono quelli decorati, ma quelli che, sotto il segno del cuoco, hanno sostenuto sulle proprie spalle la rinascita di un Paese dato per spacciato”.

Il progetto “L’ultimo cuoco antico” arriva a quattro anni dalla costituzione della Fondazione Peppino Falconio, nata in memoria del compianto chef e docente Peppino Falconio. In questi anni di attività la Fondazione Falconio ha erogato borse di studio gratuite itineranti negli istituti alberghieri di Villa Santa Maria, Pescara, Palermo e Formia. La sceneggiatura, e da lì il lungometraggio che verrà, vuole essere un omaggio a tutti quei cuochi che hanno fatto grande la cucina italiana ma che troppo spesso vengono dimenticati. “Oggi – ricorda ancora Emiliano Falconio – la cucina degli anni Sessanta-Settanta e Ottanta si porta dietro una nomea di vetusto, di stantìo, di passato. Niente di più falso, perché se oggi la il nostro settore gastronomico è un vanto per l’Italia gran parte del merito lo dobbiamo a chi questo mestiere lo ha fatto crescere, spaccandosi la schiena, respirando i fumi delle cucine a carbone e lavorando a mano laddove oggi si usano le attrezzature più moderne e performanti. E nel cast coinvolgeremo i cuochi ed è con loro, e con i loro consigli, che costruiremo il film”.

“L’ultimo cuoco antico” Ciccillo, come tanti suoi amici e colleghi, vive e lavora da garzone nelle cucine della Napoli di inizi Novecento, passa tra la fame e l’arrangiarsi della guerra e del Dopoguerra e si riscatta negli anni Sessanta quando quegli adolescenti affamati di cibo e lavoro diventano i pilastri del boom economico e dei grandi alberghi dell’epoca. Che Ciccillo sia di Villa Santa Maria non è un caso. Questo paesino abruzzese della provincia di Chieti, alle pendici della Maiella, ha formato generazioni di cuochi che hanno portato in giro per il mondo la cucina italiana. A Villa Santa Maria nel 1563 nasceva San Francesco Caracciolo, proclamato nel 1996 patrono dei Cuochi d’Italia. Ascanio, questo il nome di battesimo, apparteneva alla nobile famiglia napoletana dei Caracciolo che proprio nel feudo di Villa Santa Maria diede inizio alla storica tradizione di Villa Santa Maria ‘Patria dei cuochi’.

“Nel mio paese di origine – spiega ancora Falconio – in ogni famiglia c’è un cuoco, un cameriere, un addetto alla ristorazione. Ci sono famiglie con generazioni di cuochi alle spalle. Mio padre quando nacqui nell’agosto del 1974 venne a conoscermi vestito da cuoco perché c’era il Ferragosto alle porte e non si poteva perdere troppo tempo. E come me tanti altri ragazzi hanno avuto aneddoti del genere in famiglia. Insieme ai miei fratelli Francesco e Stefano abbiamo voluto raccontare questa storia, tratta da fatti realmente accaduti, per dare il giusto tributo e riconoscimento a tutti quei cuochi antichi che hanno reso, in silenzio e senza le luci dei riflettori, la nostra cucina moderna e apprezzata in tutto il mondo”.

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