‘Di Marzio-Michetti’ su incontro con l’Alfiere Silvia Pomella e consegna ad Agbe e Ail abiti e cibo per famiglie ucraine

istituto di marzio michetti consegna materiale alle associazioni

“La depressione non ha età, può arrivare a 30 anni, a 60 anni, ma anche a 16 anni com’è successo a me, scatenata da una crisi familiare, ma con radici che affondavano in un malessere più profondo che va sempre indagato. Ho superato il momento buio e ho deciso di raccontarlo attraverso i social per far capire a tanti ragazzi che possono stare male che non sono soli, che non devono vergognarsi, ma devono chiedere aiuto”. Lo ha detto la giovanissima Silvia Pomella, liceale di appena 18 anni, originaria di Bolzano, parlando ai propri coetanei studenti dell’Istituto Professionale di Stato Ipsias ‘Di Marzio-Michetti’ nell’incontro promosso nell’ambito del Progetto ‘Ripartire dalla Scuola’, coordinato dalla docente Valentina Palleri. Un racconto, quello di Pomella, partito dalla propria esperienza personale che dai social è arrivata sino al Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e che le è valsa l’Onorificenza di Alfiere della Repubblica. Presente alla giornata anche la vicedirigente Milca Marini, la psicologa-psicoterapeuta Gessica Di Florio e l’assessore alle Politiche sociali Nicla Di Nisio.

“Raccontare un’esperienza tanto intima, personale e dura – ha sottolineato l’assessore Di Nisio –, come una depressione, a una platea di oltre cento ragazzi da parte di Silvia Pomella è sicuramente un’impresa coraggiosa, ma vuol anche dire che, dinanzi a una simile difficoltà, tutti possiamo parlarne, a maggior ragione con mamma, papà o un familiare. Perché la depressione è un male subdolo, non è visibile come una gamba fratturata, ma cova dentro, ed è ancora più pericoloso quando accade in ragazzi giovani che non hanno gli strumenti per elaborare la problematica”. “Tutto è cominciato nel novembre del 2019 – ha raccontato agli studenti Silvia Pomella -, quando sono caduta in una depressione profonda: sono rimasta chiusa dentro casa per un mese di fila, dentro il letto, sotto le coperte, senza andare a scuola, al buio, mi alzavo solo per mangiare, neanche per lavarmi, ero caduta in un buco nero. Ne sono uscita solo con l’aiuto di professionisti e oggi, dopo anni, dopo mesi, non ricordo nulla di quelle giornate, non so dire come trascorrevo le ore, è come se la mia personalità si fosse completamente cancellata. Prima di allora avevo sofferto per un anno di un forte disturbo ansioso, di attacchi di panico, che paradossalmente sono stati la mia fortuna, perché quelli almeno sono visibili a chi ti sta accanto, dunque le persone a me vicine si sono rese conto del mio malessere. Il periodo è stato molto duro, poi un anno fa ho deciso di parlare della mia malattia sui social: stavo riguardando le mie foto su Instagram e mi sono resa conto che c’erano solo immagine positive, belle, io con il sorriso, non c’era una sola immagine che raccontasse la verità, ossia la malattia, la depressione, mancava tutta la parte del mio malessere, e mi sono resa conto che questa abitudine vale per tutti, perché tutti postiamo sui social solo immagini piacevoli e divertenti, nascondendo tutto il resto. E allora – ha proseguito la Pomella – ho deciso di fare un post diverso, reale, nonostante fossi sconsigliata dai miei genitori che temevano le reazioni del mondo esterno. E invece il risultato è stato stupefacente: in poche ore ho ricevuto centinaia di contatti in privato di altri ragazzi, di persone che mi hanno confessato di stare male come me, di vivere la mia stessa esperienza, e in quel momento preciso ho capito di non essere sola, che è importante perché uno dei problemi più grandi di chi vive un disturbo mentale o un problema psichico è pensare di essere soli e invece dobbiamo capire che ci sono tante persone attorno a noi che vivono ogni giorno conducendo un’esistenza apparentemente normale, e invece a casa si svuotano, stanno male. È importante parlarne, senza vergogna perché ci si può aiutare a vicenda. Ancora oggi il mio percorso non è finito: ogni tanto ho bisogno di staccare la spina, di mettere ordine nei pensieri, di parlare con un professionista e poi di riprendere il cammino. Poi l’onorificenza: ricordo il 26 novembre scorso mia madre che è tornata a casa di fretta, ero malata, e mi ha fatto chiamare mia sorella e mio padre in videochat e mi ha comunicato di aver ricevuto la telefonata dal Quirinale con cui le hanno detto del Presidente Mattarella che mi aveva individuato tra i 30 ragazzi meritevoli del titolo di Alfiere della Repubblica per aver letto sui social la mia storia. Sono scoppiata a piangere, non ci credevo, e neanche pensavo di aver fatto una cosa straordinaria, e stato felicemente scioccante. A scatenare il mio malessere è stata la crisi familiare tra i miei genitori che avevano deciso di separarsi, e io pur condividendo quella scelta, comunque l’ho vissuta male”. “Perché – ha spiegato la psicologa Di Florio – la separazione di due genitori che smettono di amarsi, pur essendo la cosa giusta da fare, rappresenta comunque un lutto che va elaborato, un lutto che tocca e ferisce il bambino che resta in noi, genera sofferenza nei figli che devono però sentirsi liberi di parlarne”. A chiudere la mattinata è stata la consegna da parte dell’Istituto Professionale ‘Di Marzio – Michetti’ di pacchi di vario genere, ovvero alimenti e abiti alle Associazioni Agbe, rappresentata dalla dottoressa Marcucci, e Ail, con il Presidente avvocato Domenico Cappuccilli, per sostenere le famiglie ucraine attualmente ospiti nelle due Case Famiglia con bambini che hanno bisogno di cure ematologiche, iniziativa promossa dal professor Giuliano Natale, oggi assente perché colpito dal Covid, ma che comunque ha voluto inviare un messaggio di saluto: “Non so come ringraziarvi, tutti, dalla Dirigente scolastica ai docenti, dal personale ATA, a voi cari ragazzi. Certo è che non appena parlo di aiutare il prossimo, siamo sempre in prima linea. In campo solidale siamo imbattibili e lo abbiamo dimostrato anche questa volta, venendo in aiuto alla comunità Ucraina e restando vicini alle famiglie ucraine residenti presso le 2 Associazioni, Agbe e Ail. Avete portato di tutto e di questo sono lieto di dirvi grazie, soprattutto ai nostri studenti, di cui sono fiero e orgoglioso, a partire dai ragazzi della classe V sezione A indirizzo Ottico”. Attualmente sono due le famiglie ospiti di Casa Agbe, due mamme con i propri bambini, il primo in cura per una leucemia, il secondo per un’anemia particolare che necessita di cure e continue trasfusioni di sangue. Tre invece le famiglie ospiti negli alloggi gratuiti di Casa Ail. Contemporaneamente gli studenti hanno consegnato altri 10 scatoloni di prodotti destinati alla popolazione rimasta in Ucraina

 

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