Abruzzo in primo piano: debutta Il nome della rosa

Abruzzo e fiction: Il nome della rosaAbruzzo e fiction: Il nome della rosa

Lunedì 4 marzo ha finalmente esordito Il nome della rosa, la serie tv tratta dal romanzo di Umberto Eco e girata in parte in Abruzzo per la quale c’era una spasmodica attesa.

Attese che non sono deluse, sia per gli appassionati di fiction che per la nostra regione, le cui bellezze sono state esaltate dalla fotografia della produzione internazionale. Alzi la mano chi non ha avuto un sussulto nel vedere la splendida Roccascalegna, perfettamente immersa nelle atmosfere gotiche e medievali della storia, ma ha anche provato una fitta di dolore nel vederlo descritto come Distaccamento del Comando Imperiale in Toscana. Ma si sa, sono le regole della fiction, dove tutto quello che appare è finzione.
Altra menzione per Fara San Martino, con le Gole e la splendida abbazia di San Martino e per Roccamorice.

Il Nome della Rosa

Il Nome della Rosa

I precedenti dalla letteratura al cinema

Passando a una breve recensione de Il nome della rosa, sul web avrete già letto di tutto, in negativo e in positivo; tuttavia va innegabilmente dato atto alla Rai di essersi cimentata, con risultati onesti, in un genere dove proliferano colossi internazionali e che, in tempi di Netflix, dove si ha accesso a tutto e subito, la cosa richieda un certo coraggio.
L’operazione è a forte rischio; infatti, oltre a scontrarsi con serie celeberrime che fanno delle ambientazioni medievali, anche in chiave fantasy, il loro punto di forza, Il nome della rosa deve risultare all’altezza di illustri predecessori. Il libro da cui è tratto, scritto nel 1980 dal mai troppo rimpianto Umberto Eco, è infatti assurto fin da subito a best seller, vero caso letterario e pietra miliare della letteratura mondiale del ‘900. Caso letterario perché nessuno, l’autore in primis, si sarebbe aspettato tale successo per un romanzo che solo in apparenza è un classico giallo deduttivo, ma che presenta infiniti piani di lettura. Può essere considerato un giallo storico, un tributo ai racconti di Sherlock Holmes, un trattato di filosofia medievale, una storia sull’eterno contrasto tra fede e ragione, ma anche un duro j’accuse ai crimini di cui si è macchiata la Chiesa in quel periodo storico. E infine, in tempi in cui la parola oscurantismo è sulla bocca di tutti, e in cui tanti sembrano voler riportare l’umanità in un Medioevo da luogo comune, può essere anche una cartina di tornasole dell’attualità.
Ma la fiction ha anche un illustre precedente cinematografico, quel Nome della rosa di Annaud, con Sean Connery e Christian Slater, che negli anni ’80 fu campione d’incassi sia al cinema – sbaragliando pellicole commerciali come Top Gun – che nei suoi passaggi televisivi.

Una breve recensione

Il regista Giacomo Battiato però ha saputo sfruttare bene, almeno in questi primi due episodi, i vantaggi che la serialità offre. Inutile sfidare il cinema con virtuosismi registici e ritmi troppo serrati, che anzi alla lunga appesantiscono la trama; meglio andare a scovare passaggi che, per motivi di tempo, non potevano stare nella versione cinematografica e insistere su atmosfere che strizzano l’occhio all’horror gotico. John Turturro è un Guglielmo da Baskerville molto centrato, meno istrionico e più francescano del predecessore Connery, ma mantiene comunque le peculiarità del personaggio, l’acume e la mentalità scientifica, tratto bizzarro in un monaco dell’epoca. Rupert Everett è l’inquisitore Bernardo Gui; nelle prime puntate è apparso poco ma ci pare uno dei punti di forza del prodotto, efficace in modo sorprendente. Lo attendiamo con curiosità nello sviluppo della storia perché promette di essere un cattivo da annali.
Tecnicamente la serie non mostra troppi punti deboli, anche se non si può fare a meno di notare forse una fotografia un tantino troppo levigata, ma – non dimentichiamolo – Il nome della rosa mira a un pubblico generalista e internazionale; l’impresa di rendere un romanzo così complesso digeribile a tutti è ardua.

La mano del Maestro Umberto Eco

Infine ci piace ricordare che, come dichiarato dalla produzione, anche il grande Maestro Eco ebbe occasione di revisionare le sceneggiature dei primi episodi, visto che il progetto vanta lontane radici, e pare che fosse molto curioso di vedere il prodotto finito.
Noi pensiamo che avrebbe apprezzato, sia la serie che le location abruzzesi, così affini allo spirito frugale e in simbiosi con la natura della vita monacale decritta nell’opera.
 

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