Shah Mat, il romanzo di Maria Elena Cialente

Shah MatShah Mat

Shah Mat è il romanzo d’esordio di Maria Elena Cialente, docente e scrittrice aquilana trapiantata nella nostra Pescara. L’abbiamo incontrata per porle qualche domanda sul suo interessante esordio.

Shah Mat (Tabula Fati) è un classico romanzo di formazione e racconta la storia del giovane Raffaele, un ragazzo che vive a L’Aquila tra la fine dei favolosi anni ’60 e l’inizio del più difficile, ma non meno interessante, decennio di piombo. Tra cine forum, sedute spiritiche, qualche bravata giovanile e le partite a scacchi – Shah Mat vuol dire scacco matto – col professor Alberini, Raffaele conoscerà la personale discesa agli inferi entrando nel tunnel della tossicodipendenza. Lo stile di Maria Elena è particolare, molto veloce nel narrare le vicende ma con delle salutari pause di riflessione. Gli anni ’70 sono ricostruiti nei minimi particolari, per un tuffo nel passato che – nonostante i temi tutt’altro che leggeri – risulta disintossicante nell’epoca dell’iper connessione.

L’intervista

Shah Mat - L'autrice

Shah Mat – Maria Elena Cialente

Maria Elena, come e quando ti sei appassionata alla letteratura e in particolare alla scrittura?

Sono un’appassionata lettrice da quando ero piccola. Ho divorato classici per l’infanzia e libri d’avventura.  L’approccio con la letteratura, credo come per quasi tutti gli autori contemporanei, è stato promosso dalla scuola, ma la mia passione per le lettere è stata sempre molto forte, sino a determinare il mio percorso di studi universitari (la mia prima laurea è, appunto, in Materie letterarie). Ho sempre fatto “esperimenti” di scrittura: li definisco così perché ciò che scrivevo andava pressoché puntualmente distrutto, in quanto non riusciva a convincermi! Ho conservato ben poco di quanto scritto molti anni fa, e ho impiegato tempo per decidermi a cercare un editore per le mie Streghe a Rocciagreve, la mia prima pubblicazione, appunto.

Mi è piaciuta la presenza discreta di L’Aquila come ambientazione; senza pietismi per le tante traversie patite dalla città e senza stereotipi da cartolina. Nello stesso tempo si coglie un forte legame, qual è il tuo rapporto con questa città?

La città in cui si è nati e cresciuti si porta dentro ovunque si vada e resta impressa sulla pelle come un marchio a fuoco. In un certo senso credo che sia nel nostro DNA. Sono d’accordo con  Flannery O’Connor quando afferma che  “per scrivere bisogna pur venire da qualche parte”: i nostri luoghi ci abitano, come noi abitiamo dentro di loro. Scrivendo, tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con la realtà geografica da cui proveniamo e che ci appartiene. Shah Mat nasce proprio dal desiderio di rendere omaggio alla mia città distrutta dal sisma attraverso il recupero di una parte, seppur brevissima, del suo passato. Non c’è solo la storia di Raffaele in gioco, ma quella di un’intera generazione e di una città che ho cercato di “ricostruire” attraverso la memoria, facendo tesoro dei ricordo di chi  vi abitò negli anni Sessanta e Settanta. Per fare questo, per ovvi motivi anagrafici, mi sono dovuta servire delle testimonianze di chi la conobbe in quel periodo, quando io non ero ancora nata o ero troppo piccola per fare esperienze e ricordare.

Come mai la scelta di narrare in prima persona nonostante il protagonista maschile?

Nasce da un bisogno di distacco rispetto al narrato, dall’esigenza di eclissarmi dal testo, sebbene chi scrive finisca  sempre per mettere una parte di sé nel racconto. E poi c’è costantemente in me la curiosità di vedere le cose da una prospettiva non mia. E’ un po’ come se interpretassi i personaggi. Così più sono lontani da me, più mi permettono di sperimentare dimensioni dell’esistenza mai o non ancora vissute. Spesso ho come la sensazione che siano i personaggi a cercare noi e a chiederci di raccontare le loro storie. Non dobbiamo fare altro che ascoltarli e lasciare che guidino la nostra scrittura.

Ti riconosci in qualcuno dei personaggi?

C’è qualcosa di me dietro al professor Alberini e mi confondo in parte con la signora Cantelmo. Mi rifletto anche nel Raffaele che incontra i bambini dell’orfanotrofio. E c’è il nonno che avrei voluto accanto a me nel personaggio di nonno Renato, visto che non mi è stato possibile conoscere o conservare ricordi significativi dei miei veri nonni.

Amo molto gli anni ’70 e ne ho apprezzato molto la ricostruzione fedele, dalle musiche citate, alle auto dell’epoca – la BMW color aragosta – ai rapporti umani. Come ti sei documentata?

Ascoltando i racconti di chi era giovane in quegli anni. Un proverbio africano afferma che ogni anziano che muore equivale a una biblioteca che brucia. Ebbene, io credo che ognuno di noi sia una piccola biblioteca, col suo carico di esperienze e ricordi. Dovremmo tutti imparare ad ascoltare i racconti degli altri. D’altro canto, non siamo  forse tutti della specie dell’Homo narrator di cui parla Stephen Jay Gould?
E poi, ovviamente, mi hanno aiutato libri e film ambientati in quel periodo.

In tempi di rapporti sociali “liquidi”, quanto manca secondo te quel vivere le amicizie e i rapporti con una sensibilità così diversa?

In quanto insegnate trascorro metà della giornata con gli adolescenti. Credo siano rimasti gregari, rapaci e assetati di esperienze fino a farsi del male (come accade al protagonista del romanzo e ai suoi amici), ma ho come l’impressione che alle nuove generazioni sia stata tolta una certa ingenuità. Sento serpeggiare una sorta di resistenza verso l’empatia e la capacità di affidarsi e di aprirsi all’altro, nonostante la scuola si impegni con tutte le forze nel promuovere un’etica della cura e della responsabilità. Ma tutto scorre, tutto cambia e ogni generazione è figlia del proprio tempo.Il romanzo affronta il tema della droga in un modo che ho molto apprezzato, mettendone in luce la tragica realtà ma senza giudicare. Come mai questo approccio?

Gli adolescenti lottano continuamente con sé stessi, combattuti tra  le sirene allettanti che invitano a mordere la vita, a trasgredire, a diversificarsi dai “padri”, e il bisogno di regole, di equilibrio e di affetto. Cercano l’autonomia ma hanno bisogno di capire fino a che punto possono realmente agire da soli. Mi sono sempre chiesta cosa possa spingere una persona sana a rovinarsi la vita e la salute con alcol e droga, ma poi ho capito che al di là delle motivazioni, ciò che conta è il “prodotto” finale: una persona che si ritrova malata suo malgrado, non più libera e spesso privata anche della dignità. La tossicodipendenza è dilaniante, una vera tragedia che coinvolge l’intera famiglia e, credo, l’intera società, prima ancora di raggiungere livelli di massima diffusione. Non c’è spazio né tempo per giudicare. Dinanzi al dolore bisogna avere rispetto. Tuttavia il mio intento non era certo quello di costruire una storia esemplare, né di giungere a chissà quale verità o soluzione. Ho solo seguito un personaggio in quello che è un percorso di smarrimento e di ritrovamento di sé attraverso dei tentativi, le  prove ed errori che costellano in fin dei conti la vita di tutti. Ed ero molto interessata a seguire l’interrogativo costante che il protagonista si pone, ovvero fino a che punto siamo noi gli artefici effettivi del nostro destino e dove subentra il gioco misterioso del caso.

C’è anche una componente “fantastica”, tra esoterismo e divagazioni tra astronomia e UFO. Ti appassiona l’argomento?

Molto! Sono autrice di un saggio sulla narrazione fantastica proprio perché attratta da un genere che predilige la via del mistero, della trasgressione dalla norma, la discrasia dei fatti come le fughe dalla logica, ma mi appassiona  anche in quanto capace di instaurare un rapporto problematizzante (nel senso non comune del termine) con la realtà. Non è certo da trascurare anche il fatto che in alcuni circoli aquilani del Settanta i giovani discutessero davvero di fantascienza e di soprannaturale!

Saggi sul fantastico, questo romanzo e una raccolta di racconti per l’infanzia. Generi molto diversi in cui ti cimenti, quale preferisci?

Mi piace sperimentare ma sono in continua lotta, più che con i generi, con il tempo! Come studiosa della letteratura credo che continuerò ad occuparmi principalmente di narrativa non-mimetica. Tra l’altro sta per  uscire un mio breve saggio sul fantastico in Anna Maria Ortese per Dimensione cosmica. Per quanto riguarda la narrativa, non posso escludere nulla: chissà chi verrà a bussare alla porta della mia immaginazione in futuro!

Ho assistito a una presentazione del libro in cui il buon Giancarlo Giuliani diceva che c’è una domanda che non va mai fatta, ma io te la farò lo stesso; programmi futuri?

Continuare a scrivere!

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