Totò, a 50 anni dalla morte un ritratto del Principe

Il grande TotòIl grande Totò

“Totò va cercato nel suo centinaio di film, non in uno solo, nella continua follia di una maschera che non fa della satira o tanto meno della sociologia ma propone esclusivamente se stessa. I film di Totò restano”. Con queste parole Ennio Flaiano, un grande pescarese della storia, ricordava il Principe della risata all’indomani della sua scomparsa.

E il 15 aprile saranno precisamente cinquant’anni dalla morte del grande comico partenopeo.

Una morte che sembra però essere avvenuta solo per gli annali, visto che la presenza di Totò è più concreta che mai in molti ambiti delle nostre vite, a partire dai quasi cento film che sono rimasti a testimoniare l’arte di un attore che ha fatto storia a sé nella cinematografia italiana e non solo.

Ma quello che rimane non è racchiuso solo nelle pellicole di Totò; la sua presenza è ancora ben tangibile nella vita di tutti i giorni, nei tanti neologismi coniati dall’attore che ancora oggi in tanti usiamo, a volte senza nemmeno sapere  che sono stati creati dal comico, inventore quasi di una vera e propria lingua, dal celebre “A prescindere” alle “quisquilie”, dalla “ciofeca” alla “fetecchia”.

E se l’omaggio della nostra regione è già arrivato a dicembre col calendario curato dall’associazione culturale “La Nave di Cascella” e intitolato “Totò e l’Abruzzo”, siamo sicuri che innumerevoli saranno i ricordi che gli verranno tributati in tutto il paese.

Noi vogliamo semplicemente raccontarvi qualche particolare meno conosciuto della sua vicenda artistica e umana.

Antonio De Curtis nacque il 15 febbraio del 1898, al civico 109 di via Santa Maria Antesaecula nel rione Sanità di Napoli, da sempre ritenuto il quartier generale della “guapperia” napoletana. Un quartiere difficile, insomma, come difficile è l’infanzia di Totò, figlio della popolana Anna Clemente e del nobile Giuseppe De Curtis che, almeno inizialmente, non riconoscerà il piccolo Antonio proprio per le differenze di ceto con la sua amante clandestina. Il giovane è osservatore e taciturno, caratteristiche che spesso possiamo rinvenire nelle personalità dei grandi artisti, nel rione è chiamato “Totò o’ spione” per l’abitudine di pedinare e studiare i personaggi più particolari del quartiere e poi riproporne tic e movenze in improvvisati numeri a beneficio di amici e familiari.

Un ritratto di Totò

Un ritratto di Totò di Andrea La Rovere

La vita nel rione è difficile, più volte il ragazzino Totò rischia di prendere brutte strade, tanto che a un certo punto verrà spedito in collegio per terminare le elementari, ed è proprio qui che, tirando di boxe, si procurerà quella frattura al setto nasale che gli darà il caratteristico aspetto che tutti conosciamo. La passione del Totò adolescente è già lo spettacolo, ma la mamma lo vorrebbe prete o militare, così il futuro mito napoletano si arruolerà per essere spedito al fronte durante il primo conflitto mondiale. Il congedo per attacchi epilettici rimane avvolto nel mistero; chi dice che Totò finse una volta resosi conto che la guerra era una cosa tremendamente seria, chi dice che lo shock di fronte alle prime avvisaglie del conflitto lo fecero sentir male per davvero. Fatto sta che, scampata la guerra e riconosciuto dal padre nobile (ma Totò, non contento, riuscì in qualche modo a ereditare una serie di titoli nobiliari, tanto che all’anagrafe il suo nome completo è Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfiro-genito Gagliardi de Curtis di Bisanzio) con cui la famiglia si trasferirà a Roma, il giovane può finalmente dare corpo alle sue passioni artistiche.

Dopo un inizio a dir poco stentato, la grande occasione arriva grazie all’impresario Giuseppe Jovinelli che lo ingaggia per sostituire l’idolo Gustavo De Marco, del quale ripropone alcune celebri macchiette. E’ l’inizio di un successo senza precedenti nel teatro italiano, con compensi mai visti e avventure galanti. Ed è proprio la storia con una soubrette celebre all’epoca, Liliana Castagnola, a virare per sempre la maschera comica di Totò verso la malinconia; dopo una storia burrascosa, infatti, la giovane si toglie la vita una volta sentitasi abbandonata dall’attore. Totò non riuscirà mai a perdonarsi l’avvenimento, di cui, con ogni probabilità, era incolpevole essendo la Castagnola afflitta pare da depressione, tanto da battezzare la sua unica figlia Liliana.

Siamo agli albori della seconda guerra mondiale e, se da una parte il successo a teatro non conosce pause, il debutto al cinema non va come previsto. Troppe le differenze tra le due forme d’arte e Totò, animale da palcoscenico, non riesce subito ad adattarsi; gli manca il contatto col pubblico e mal sopporta i tempi lunghi delle riprese, per non parlare degli orari mattinieri a cui mai si piegherà.

Il periodo è segnato anche dalle difficoltà col regime fascista e l’alleato tedesco, che mal sopportano alcuni suoi canzonamenti del Duce e del Fuhrer, tanto che nel momento che precede la Liberazione, Totò, coi fratelli De Filippo, sarà costretto a sparire di scena per qualche tempo per sfuggire a voci che lo volevano sulla lista nera dei nazisti.

Il dopoguerra segna l’abbraccio definitivo col cinema, un rapporto che sarà sempre segnato dall’amore incondizionato del pubblico e dall’ostracismo di certa critica snob, che se poteva evitava persino di firmare le recensioni dei suoi film, ritenendoli pura paccottiglia. I film di Totò, al contrario e proprio in virtù dei difetti che gli venivano contestati, sono pura dinamite. La sua propensione all’improvvisazione fanno sì che scene di banale raccordo, originariamente brevissime, come lo sketch del treno in “Totò a colori” o la celeberrima lettera con Peppino de Filippo in “Totò, Peppino e la malafemmina”, nelle mani del comico esplodano, si dilatino in un’infinita serie di gag destinate a entrare nell’immaginario collettivo.

Eppure il Totò uomo non troverà mai pace, profondamente deluso dalle frecciate taglienti della critica e l’ostracismo dei grandi registi che, nel caso di Fellini, arriveranno a beffarsi di lui, con le uniche eccezioni di Rossellini e Pasolini, e in parte del Comencini di “Totò e Carolina”, film tra i più censurati dell’epoca. Totò arriverà a convincersi di meritare lo scherno, pensando di aver girato solo “schifezze” e cercando un riscatto d’autore tardivo quanto difficile, vista la prematura cecità e la salute precaria, eppure, se andiamo a studiare la filmografia del Principe, balzano fuori collaborazioni con tutti i più grandi, da Tognazzi a Gassman, da De Sica ai De Filippo, e ancora Nino Taranto, la Loren e la Magnani, Manfredi, Dino Risi e tantissimi altri.

Nel 1968, stanco e quasi cieco, Totò sta iniziando le riprese de “Il padre di famiglia” di Nanni Loy, a settant’anni sente ancora di dover dimostrare qualcosa, ma è tardi. La sera si sente stanchissimo e, il giorno dopo, viene colpito da tre infarti; fa appena in tempo a chiedere di essere portato a Napoli, poi la fine. E l’inizio del mito, a partire dai tre funerali, perché uno solo non bastava ad accontentare tutti quelli che l’amavano. Negli anni la sua rivalutazione, anche e soprattutto critica, non si è mai fermata, tutto per dimostrare quello che il popolo, il suo popolo, aveva capito fin da subito, cioè che Totò fosse semplicemente il più grande.

E noi lo vogliamo ricordare con le sue due maschere: l’umile Totò, quello che col suo italiano sconclusionato e le sue movenze da marionetta ha fatto divertire generazioni di spettatori, e il nobile Antonio De Curtis, l’uomo malinconico, Principe nei titoli ma soprattutto nel cuore, quello che di notte infilava di nascosto buste colme di banconote sotto le porte dei quartieri più poveri, per garantire un risveglio da sogno ai meno fortunati.

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