Sotto le scale di Manuela Toto, l’intervista

manuela toto

Sotto le scale (Tabula Fati) è l’esordio letterario di Manuela Toto. L’abbiamo incontrata per alcune domande.

Innanzitutto vuoi parlarci un po’ di te e del tuo lavoro come psicologa?

Sono psicologa e consulente familiare e, oltre a svolgere la professione privata, sono volontaria presso il consultorio Ucipem di Pescara, una realtà che opera nel sociale da più di 40 anni sul nostro territorio. Ogni giorno incontro tante persone che si sentono perse e cercano solo uno spazio pulito di silenzi e poche parole per ritrovarsi.  Credo più alle persone fragili che a chi si sente risolto nella vita, forse perché anche io mi sento così: mancante. Nel mio lavoro incontro le persone nella loro fragilità. Credo che chiedere aiuto sia un atto eroico e io cerco di onorare come posso chi mi siede davanti e mi racconta dove si sente perdente. Credo che sentirsi accolti nella propria fragilità sia il primo passo per rinascere e io provo a fare solo questo: accogliere e fare da specchio nel silenzio, con poche parole.

Come hai iniziato a scrivere poesie? È andata proprio come descrivi nel primo componimento della raccolta?

È vero che scrivo da sempre. Da bambina e fino all’adolescenza ho avuto un diario dove raccoglievo i racconti delle mie giornate. A 9 anni dicevo che da grande avrei voluto diventare una scrittrice. Ho sempre usato la scrittura come porto sicuro per dare ordine al caos interiore che mi caratterizza. C’è stato un momento, circa dieci anni fa, in cui non ho potuto evitare di andare a capo e lasciare spazi bianchi sul foglio. Scrivevo versi sull’agenda del lavoro, sui foglietti volanti dietro la lista della spesa. Le parole arrivavano e io le fermavo dove capitava per non perderle. La poesia oggi mi dona inquietudine e pace insieme. Scrivere per me è una necessità.

La mia prima impressione approcciandomi a Sotto le scale è stata quella di trovare una scrittura molto matura e compiuta, tanto da sembrare strano che fosse la tua prima silloge. Una parola che mi viene in mente suggerita dai tuoi versi è sincerità. Nelle tue liriche sembri quasi mettere a nudo la tua anima, è così? Com’è il tuo processo creativo?

Non so rispondere a questa domanda, come a tante altre che mi pongo nella vita. So solo che prima di scrivere una poesia c’è qualcosa che preme, quasi mi disturba. Spesso questo accade di notte o nei momenti meno opportuni della giornata. Il mio cellulare è pieno di note frutto di quello che scrivo mentre cucino, mentre aspetto i miei figli fuori da scuola, mentre prendo un caffè, tra una seduta e l’altra. Poi ritorno tante volte sui versi finché sento che suonano nel modo giusto per me. Ho imparato che se sono totalmente fedele a me, senza vergogna o paura del giudizio, allora quello che scrivo arriva alle persone. Sento che la gente cerca le parole, proprio come me. Credo nel potere liberante della parola. Quello che sappiamo dire ci fa un po’meno paura e spesso nel mio lavoro ho sperimentato che le persone hanno paura di tante cose, ma più di tutto di se stesse, di quello che possono fare diventando la versione migliore di sé. Abbiamo paura di nascere e di cambiare più che di morire. Io stessa ho mille paure e quando scrivo una poesia poi la rileggo decine e decine di volte e imparo ad avere un po’meno paura. Forse pure per gli altri funziona così: esorcizziamo le paure con le poesie.

Un altro tema che mi pare a te caro è quello, in un certo senso, dell’elogio dell’imperfezione, tua e degli altri. Un forte sentimento di pietas anche verso chi viene ritenuto “sbagliato” e verso i motivi che l’hanno portato magari a fare errori. Sei d’accordo?

Mi piacciono i fragili. Ho lavorato per ben 10 anni nelle scuole con i ragazzi “specialmente abili”. È stato un tempo prezioso in cui ho imparato ad ascoltare, a fermarmi e ad accogliere la fragilità più che durante il tirocinio come psicologa e consulente. Siamo tutte creature ferite e feribili. Da vicino nessuno è normale, tantomeno giusto né sbagliato. Siamo solo umani.

In molte liriche si avverte un forte sentimento materno e un elogio del femminile. Ce ne vuoi parlare?

Sono madre di tre figli. La maternità è un’esperienza che mi ha cambiato la vita. La vita mi ha attraversata e superata. I miei figli sono molto più di quello che posso capire e mi obbligano continuamente a guardare oltre e riconoscere che davvero la vita è un mistero più grande di noi. Forse nelle mie poesie passa anche questo vissuto che riempie i miei giorni.
L’elogio del femminile appartiene a una riscoperta di questi ultimi anni, in cui ho sperimentato relazioni femminili particolarmente feconde. Credo che il femminile, nella sua forma più genuina di energia che accoglie, protegge e partorisce vita in tutte le sue forme e che danza e seduce nel rispetto dei ritmi delle stagioni sia una dimensione da proteggere e rivalutare in questo tempo in cui spesso la femminilità viene distorta, abusata.

Un altro tema, forte anche nella parte del libro intitolata “Stelle cadenti”, è quello del superamento del dolore. In questo senso, pensi che scrivere possa essere una sorta di catarsi?

Credo che scrivere sia terapeutico, come leggere, come andare a teatro, guardare un quadro o un film o ascoltare musica. Spesso penso al teatro greco, alle tragedie dei grandi autori greci che hanno accompagnato la mia adolescenza e ricordo la mia professoressa che recitava i monologhi di Medea in piedi sulla pedana della cattedra del liceo. La tragedia è l’esempio più chiaro di come le storie e le parole hanno il potere di dire il dolore, anche quello più intenso, e di liberare chi legge e ascolta dalla sensazione di essere soli di fronte alla vita che spesso ci impone situazioni faticose che ci fanno soffrire. Quindi sì, scrivere è catartico per chi scrive e per chi legge: pulisce l’anima.

In “Giobbe” c’è, all’inizio, un piccolo tributo a Ungaretti. Quali sono le tue maggiori influenze e i poeti che hai più amato?

Credo di aver amato oltremodo Leopardi e Ungaretti fin dai tempi della scuola. Ho imparato più tardi ad amare Montale e poi Pascoli, il poeta delle piccole cose. Pur scrivendo poesie, non sono un’accanita lettrice di versi. Oggi seguo con particolare interesse e ammirazione Franco Arminio, con il quale sento una forte sintonia.

Sotto le scale si è fatto valere anche sotto un profilo più pratico, vincendo alcuni premi. Ce ne vuoi parlare?

Questo libro è nato come un sogno e sembra che sia bastato dargli un po’ di fiducia per vederlo andarsene in giro ormai quasi da solo per l’Abruzzo. Mi è capitato d’incontrare persone che hanno trovato il mio libro sulla terrazza panoramica che affaccia sulla Majella, a Roccacaramanico, un posto a me tanto caro, e che poi hanno portato con loro le poesie e le hanno lette durante una passeggiata in montagna. Alcuni mi dicono che lo tengono sul comodino e leggono una poesia ogni sera, per chiudere la giornata. Forse questo è il primo premio per me: sapere che la poesia non è roba per élite letterarie. Mi piace pensare che la poesia sia di tutti e per tutti.
Riguardo ai riconoscimenti ufficiali, ne sono felice, ma se dovessi scegliere, preferisco gli sguardi e la carne delle persone che incontro mentre leggo una poesia con loro.

Un altro tuo progetto a cui sappiamo che tieni molto è stata la mostra “Monere” e il libro a essa collegato. Dicci qualcosa di più.

“MONERE Sono solo mostri” è un evento che si è svolto presso i locali dell’Associazione Koilos a Pescara durante lo scorso mese di settembre. Abbiamo proposto alle persone un’esperienza per fare contatto con i propri mostri interiori attraverso diverse forme artistiche, dalle istallazioni, alla pittura, al video fino alla fotografia. “Monere” (avvisare) è l’infinito del verbo “moneo”, da cui deriva la parola mostro, considerato in origine un avviso divino. L’evento è nato con l’intenzione di esorcizzare le paure: i mostri che abbiamo dentro sono gli unici che possiamo riconoscere e combattere. Chi trova il suo mostro trova pure il tesoro che esso nasconde. Il libro, edito da Tabula Fati, raccoglie i testi che hanno accompagnato le istallazioni e che durante la mostra erano ascoltabili scaricandoli tramite QRcode. È stata un’esperienza che ha superato ogni nostra aspettativa di riuscita. Abbiamo avuto più di mille visitatori e tante persone che ci hanno chiesto di riproporre l’evento a Pescara e non solo.

C’è qualche nuovo progetto all’orizzonte?

Insieme all’equipe di Monere stiamo progettando di diffondere l’esperienza della mostra, anche in forma teatrale. All’orizzonte poi ci sono le poesie e le connessioni con le persone che non hanno paura di sognare, da cui nascono sempre progetti nuovi. Sto imparando che prima dei progetti, ciò che conta sono le persone e la possibilità di una condivisione sincera. Il resto nasce da sé, come i versi delle poesie vengono sempre da soli se rimango a disposizione. L’idea che coltivo è di restare a disposizione di quello che viene.

 

 

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