Mannarino a Pescara con “Apriti cielo tour”: grande successo

Alessandro MannarinoAlessandro Mannarino

Successo di pubblico straordinario per il live di Alessandro Mannarino a Pescara; un concerto di quasi tre ore organizzato magistralmente da Best eventi che ha stregato la platea pescarese.

Con il tour di “Apriti cielo”, suo quarto lavoro in studio, Mannarino ha fatto definitivamente il salto nel gotha della musica italiana. Te ne accorgi subito avvicinandoti al Pala Giovanni Paolo II dalla fila lunghissima composta da un pubblico eterogeneo, dai fan della prima ora con l’inseparabile bottiglia di vino in onore del pezzo cult “Me so’ mbriacato” al pubblico più maturo, dall’ hipster a qualche famigliola con tanto di figli al seguito. E col successo arrivano anche alcune procedure meno simpatiche legate ai grandi concerti, come l’eccesso di zelo con cui la sicurezza perquisisce gli zaini impedendo l’accesso alle macchine fotografiche; peccato che poi il parterre sia illuminato dagli smartphone che riprendono il live per intero.

Ma, per fortuna, con un’apprezzabile puntualità, la parola passa presto alla musica, con Mannarino che attacca subito con il pezzo che dà il titolo a tour e album. E proprio “Apriti cielo” ha grande spazio nel live, tanto da essere proposto per intero e, nonostante l’uscita piuttosto recente, pare che i fan l’abbiano già ben metabolizzato, tanto da cantarne a memoria tutte le canzoni. Merito anche di un pugno di canzoni di sostanza, dai testi ottimamente costruiti su temi d’attualità, che pur segnando una grande maturazione non abbandonano comunque gli stilemi classici cari al cantautore romano, abbinati a musiche di impatto immediato, come l’orecchiabile “Babalù” e il quasi blues di “Gandhi”. Alessandro Mannarino si muove sul palcoscenico come se fosse nel pub sotto casa, con piena padronanza e grande confidenza, la voce è intonatissima e la band dispone di grandi mezzi: tre coriste, basso e contrabbasso, due chitarre, un sitar addirittura su “Gandhi”, due batterie con set di percussioni e una piccola sezione di fiati. Il pubblico è uno spettacolo a parte, il concerto è un rito e Mannarino è il sacerdote da seguire in ogni sua evoluzione, sia quando propone uno straniante intermezzo da discoteca, sia quando ammansisce il pubblico con un lento da accendini, e sia quando si scatena nel finale e nei bis coi pezzi più famosi ed energici, quelli che fanno saltare tutto il palasport.

Ma Mannarino è anche un artista a metà tra teatro e canzone, ed eccolo sfoggiare tutta la valigia dell’attore con cambi di costume, dal clochard alla maglietta che inneggia ai quartieri popolari da cui Alessandro proviene e che pare non aver dimenticato. E non mancano le invettive contro la politica, la chiesa e la piaga del femminicidio. Alla fine rimane la sensazione più di un grande happening che della musica, dove la qualità artistica, pur ottima, è spesso coperta dalle urla a squarciagola del pubblico, ragione per cui i Beatles smisero di esibirsi dal vivo. Eppure si va a casa soddisfatti, dopo quasi tre ore in cui Mannarino, instancabile, ha dato tutto al suo pubblico ubriaco di gioia, musica e di qualche riflessione. Il che non guasta.

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