Anna Maria Pierdomenico: tra scienza e letteratura

Anna Maria PierdomenicoAnna Maria Pierdomenico

Non è raro che nella letteratura emergano personaggi che, per i loro studi, sembrerebbero distanti da questo mondo; Arthur Conan Doyle era un medico e, nell’infruttuosa attesa di pazienti, creò l’immortale Sherlock Holmes.

Ma non mancano esempi in Italia: Paolo Giordano e Marco Malvaldi sono, rispettivamente, un fisico e un chimico. Il personaggio che incontriamo questa settimana condivide questa dicotomia con gli scrittori citati; Anna Maria Pierdomenico, infatti, scrittrice di Francavilla, è al contempo una biologa molecolare, ricercatrice presso l’Università di Chieti.

Anna Maria, come si concilia il mondo della scienza con quello della scrittura?

In realtà non sono mondi così lontani. Anche nella ricerca occorre molta creatività, bisogna immaginare soluzioni che non esistono ancora, un po’ come si fa nella letteratura davanti al foglio bianco. Io poi tendo ad avere ispirazioni per i libri quando faccio ricerca e viceversa.

“Rebecca, la figlia del diavolo” è il tuo secondo romanzo dopo “Il giglio insanguinato”. Com’è stata la stesura?

In realtà è iniziata circa dieci anni fa; l’ho lasciato e ripreso più volte e nel frattempo ho pubblicato “Il giglio insanguinato”. Si può dire che Rebecca sia cresciuta con me.

La copertina del libro

La copertina del libro

Sono entrambi romanzi storici. Perché questa passione per la storia e come ti documenti?

L’amore per la storia ce l’ho da sempre, credo sia innato. La documentazione è un lavoro lungo e faticoso, tra biografie e testi dell’epoca, visto che sono molto accurata nelle ricostruzioni, ma, data la mia passione, non mi pesa molto.

Qual è il tuo periodo storico preferito?

Guarda, i due romanzi sono ambientati nella seconda metà del ‘500, senza dubbio la mia epoca preferita; si usciva dai secoli bui del Medioevo e col Rinascimento si riscoprivano le arti, la scienza e ci fu, come dice il termine stesso, una rinascita generale.

E la passione per la scrittura, quando e come è nata?

Credo sia merito di mia mamma; lei adattava i classici in forma di fiaba e me li raccontava così. La sfinivo con le mie richieste, fino a quando, già alle elementari, iniziai a scrivere delle fiabe tutte mie. Ho iniziato più seriamente al liceo, vincendo un premio col racconto “L’invisibile sguardo della morte”, una storia su un giornalista e una donna condannata a morte.

E le tue letture?

Fui stregata dal “Nome della rosa” di Eco e dal “Ritratto di Dorian Gray” di Wilde da ragazzina, ma amo molto anche Salgari, una mia grande influenza.

Rebecca è una piratessa, un’eroina femminile molto moderna, ma allo stesso tempo classica, salgariana, appunto. Quanto c’è di Anna Maria in lei?

Molto, sicuramente. Ovviamente è portata all’eccesso, ma condivide con me il carattere deciso, l’essere battagliera e, soprattutto, il senso della giustizia. A ogni azione corrisponde una reazione, come la scienza ci insegna. Ma Rebecca ha anche le sue fragilità, e mi somiglia anche in questo.

Parlaci un po’ della trama di “Rebecca”.

La storie prende le mosse dall’esecuzione del Capitano Ramon, nella Spagna della seconda metà del ‘500. Il militare verrà salvato appunto da Rebecca, che intende servirsi di lui per liberare il padre, un famoso pirata recluso da cinque anni in un’inespugnabile fortezza di cui lo stesso Ramon in passato era comandante. Presto ci sarà un colpo di scena e si intrecceranno anche due storie d’amore. Non posso però anticipare altro.

Se dovessi pensare a un messaggio in particolare che hai voluto lanciare con quest’opera?

Oltre al senso della giustizia di cui parlavo prima, mi sta a cuore il fatto che i personaggi crescano durante la storia facendo tesoro dei loro errori.

A noi non resta che consigliarvi la lettura di “Rebecca, la figlia del diavolo”, un libro che, pur attraverso una scrittura moderna e matura, vi farà tornare ai tempi in cui tutti, leggendo i romanzi avventurosi di Salgari e Verne, abbiamo sognato di solcare i mari su un vascello di pirati.

Ringraziamo quindi Anna Maria Pierdomenico che, oltre a essere un esempio dell’Italia che ci piace e che funziona, tra ricerca scientifica e radici letterarie, è anche una ragazza simpaticissima, dall’entusiasmo contagioso e una creatività sempre in fermento.

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