Fino al 26 marzo si svolge la Settimana mondiale del sale, promossa dalla World Action on Salt & Health, allo scopo di sensibilizzare la popolazione, ma soprattutto le industrie alimentari, perché la maggior parte del sale è contenuto proprio nei prodotti confezionati.
La campagna è dedicata ai danni silenziosi dell’abuso di sale, che conducono ad un significativo aumento della mortalità, soprattutto per ictus e malattie cardiache, ma anche ad un aumento di altre patologie come i tumori dell’apparato digerente, l’osteoporosi e le malattie renali croniche. Nel nostro paese, uno studio realizzato dal 2009 al 2012 rileva un consumo di sale fuori norma del 90%, in particolare nelle regioni meridionali. Secondo le stime della Commissione Europea, il sale presente nei cibi industriali o consumati fuori casa rappresenta del 75% del consumo totale. Un uso eccessivo di sale può favorire l’instaurarsi dell’ipertensione arteriosa, soprattutto nelle persone predisposte. È infatti dimostrato che elevati apporti di sodio, contenuto nel sale, aumentano il rischio di malattie del cuore, dei vasi sanguigni e dei reni, attraverso l’aumento della pressione arteriosa.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non introdurre più di 2 grammi di sodio nella dieta giornaliera. Due grammi di sodio corrispondono a circa 5 grammi di sale da cucina, che sono all’incirca quelli contenuti in un cucchiaino da the. Ecco alcuni suggerimenti presenti nelle linee-guida dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione: preferire il sale iodato oppure sostituire il sale con le spezie; non aggiungere sale nelle pappe dei bambini per tutto il primo anno di vita; limitare l’uso di condimenti contenenti sodio come il dado, il ketchup, la soia e la senape; gli alimenti trasformati più ricchi di sale sono snack, patatine in sacchetto, olive da tavola, tonno ed alcuni salumi e formaggi.
